Fatacarabina

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martedì 2 marzo 2010

Un pochino di entusiasmo

Lunedì sera, interno pizzeria. Io e la gigia al primo tavolo vicino all'ingresso ci mangiamo una pizzetta assieme e parliamo di noi, e io mi raccomando come una mamma, che lei oggi parte per la Cambogia, zaino in spalla, ed è la prima volta che va via senza un tacco alto al seguito e son cose e siamo emozionate per questo viaggio. Lo sono io, che non parto, più di lei che parte ma che dice che non si è ancora resa conto dell'emozione del partire, di quella fregola che ti prende di arrivare e annusare, vedere, camminare, sorridere e annotare in testa. La gigia parte e si beve il vino rosso con la pizza, e non è per festeggiare, ma io e lei, solo vino con la pizza. E la mangiamo tutta che è buona. E i piatti poi ce li porta via il proprietario della pizzeria che si complimenta che abbiamo spazzolato via tutto, noi. Mentre c'è gente, ci dice, che arriva, ordina una pizzona di quelle con tutto dentro e poi ne lascia là metà. "Non sapete quanta roba buttiamo via, quanta roba si spreca. Questi non sanno cosa è la fame", ci dice. E lui, continua, invece la fame sa cosa è perché da giovane è stato mesi in Messico e aveva finito i soldi e andava ai buffet a rubar pane e maionese e lui lo sa , ci dice, cosa è la fame. "Son tempi de merda", ci dice poi e si concorda, sì, non si può far altro che dargli ragione. E gli chiedo delle foto del Chapas e di Marcos, che teneva in pizzeria. "Dove sono?". "A casa mia". In quella pizzeria una volta si mangiava guardando le foto dei bambini del Chapas ed oggi no, e io penso che adesso è per quello, anche, che la gente non pensa alla fame perché non ha quegli occhi puntati addosso. Quelle foto, ci racconta il padrone, gliele aveva regalate un fotografo, che un mese dopo è morto, in un incidente in macchina. E il sorriso se ne va. Poi mi accorgo che in fondo alla sala, all'ultimo tavolo, ci sono alcuni amici a cena coi parenti. L'amica solleva la mano per salutare, io faccio altrettanto. Nello spazio d'aria che divide il nostro tavolo dal loro, due quarantenni mangiano la loro pizzetta, sono arrivati a metà. Quello che guarda verso di me, mi vede sorridere e alzar il braccio per lanciar un ciao al tavolo in fondo alla sala, ma lui istintivamente fa volar la forchetta e alza pure lui il braccio e mi lancia un ciao e un sorriso grandioso, bello perché spontaneo, e mi saluta. Poi gli si blocca il braccio in aria perché il cervello, arrivato dopo, gli dice che io non sono una faccia nota al punto da esser salutata così. E io rido, e lui abbassa il braccio. E io e la gigia ridiamo, non di lui, quarantenne brizzolato dall'occhio grigio blu, ma di quel gesto improvviso che ci regala un pochino di entusiasmo. Poi siamo andate via, l'ho osservato andandomene, si era mangiato pure lui tutta la pizza.

2 commenti:

peppermind ha detto...

Bellissimo.
Leggi i gesti come nessuno.

claire ha detto...

Mitia, io saluto tutti quelli che salutano, ma non perchè sia estremamente cordiale e socievole, è che non ci vedo, quindi non riesco a capire se salutano me o altri :D

(bello comunque il tuo pezzo, ci son sempre un sacco di pensieri dentro)

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