Fatacarabina

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giovedì 12 febbraio 2009

Tre chitarre

Le serate perfette. Quelle che partono che non sai come andranno a finire, e poi ti stupiscono per la piega che prendono. Che è spesso quella di cui avevi bisogno e manco sapevi che ti serviva. Baccalà, frittura, pinot grigio, il caffè di Eddy, le ciacole sul mangiar bene, le sigarette Pueblo da provare che sono senza additivi, la marsala e le meringhe alla liquerizia che ti sciolgono dentro e ti fan venir voglia di far l'amore. Ma è il momento delle risate, delle battute sul ristorante giapponese dove si mangiano attributi sessuali, e il vicino di tavolo, che mangia solo ed ha come compagnia solo il cellulare, alla fine si stanca e se ne va. Infastidito da troppa baldanza. Noi lì si starebbe ore a contarsela, a parlar di miele e vino buono, ma poi arriva la stanchezza dell'oste che conta quattro volte i soldi del conto. Lui è stanco, ma gentile, dice che è colpa mia, che lo guardo e lo emoziono. Sa far bene il suo lavoro, non c'è dubbio. E sa perfettamente che torneremo. Non è finita, non si va a casa. Siamo dei professionisti, ce lo dice lui che lo sa come siamo. E allora, visto che lo sa e lo dice, ci si sposta più volentieri. Di poche centinaia di metri. Interno birreria.
Tre chitarre che spuntano non sai neanche da dove. Quattro birre al profumo di "maria" e geranio da smezzare con gli amici. Sai bene da dove arrivano, sei lì per loro. Rock anni sessanta e settanta di qualità. Sgabelli e bagigi. E tu che ti rilassi e canti, anche se le parole in inglese non te le ricordi tutte. E poi il bancone che diventa il bar del porto, dove la gente passa, saluta , si racconta e va. C'è un sessantenne Elvis che colleziona musica, ha 1400 cd e dischi in vinile, e la musica è la sua vita, dice , ma lui non sa suonare forse neanche il campanello di casa a tempo. C'è il capelluto ragazzone che tra poche ore parte per la Polinesia per gestire un impianto ittico e si ubriaca con gli amici, che lo invidiano un pochino e vorrebbero andarsene come lui. Ma loro qui hanno figli, mica donne, ti dicono proprio io non parto per mio figlio, mentre lui, il capelluto, sorride e ti dice che qui non ha niente, se non i quattro fratelli, pure loro girovaghi, e allora si è licenziato e parte. Perché pescare è tutta la sua vita. E' la sua passione, mi racconta. C'è il ragazzo del Petrolchimico, che invidia l'amico, ma sorride e ti chiede di dove sei e si commuove quando si parla del vecchio cinema di Marghera, il Paradiso. Io ci abitavo davanti , lui nello stabile vicino. Ovviamente, non ci eravamo mai visti prima. Lì sai, mi racconta, ho dato il mio primo bacio ed ora non c'è più. E le tre chitarre vanno avanti, scatenate.

1 commento:

S.B. ha detto...

buffo il fatto che se mai un giorno partirò non sarà nonostante i miei figli ma propio grazie a loro. Questioni di prospettive ;-)

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