Fatacarabina

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martedì 11 novembre 2008

La banda

La banda era un disastro. L’attacco di ogni marcetta sembrava una scoreggia in progressione, altro che allegro andante sul mosso.
Lo zio Gigi , seguito a ruota da zio Giuseppe, si lanciava immancabilmente in una improvvisazione di mazurca che deviava sul jazz che mi costringeva, pur non volendo, ad accelerare il passo. E Gianni alla grancassa, dietro di noi, giù a ridere. E a battere, aumentando il ritmo. Gli altri finivano con l’andare a più non posso. Con il risultato che ogni esibizione, si riduceva di due, tre minuti buoni e si finiva sfiniti a ridere davanti al maestro Perdiboni.
Lui oramai non ci faceva più caso, diceva. Ma veniva tradito dal sopracciglio. Che ad ogni stecca di zio Gigi si sollevava come se un burattiniere folle lo stesse azionando dall’alto, per farlo sembrar ridicolo ai nostri occhi anche se a parole, il Perdiboni, lodava ogni nostra esibizione. In privato, invece, sapevamo bene che diceva.
Musica da cani, la chiamava. Suonata da cani.
Lui, maestro del Conservatorio in pensione, andava avanti imperterrito con la sua scuola di solfeggio e le prove della banda per portarci , diceva, sulla retta via dell’arte musicale. Perdiboni credeva davvero nel suo lavoro. Anche se mi mandava a salutare i parenti lontani in Cina ( mai conosciuto uno di quelli) ogni volta che svuotavo il sax e la saliva dal condotto usciva inesorabile, finendo sopra le sue scarpe di pelle tanto curate. A volte usava un altro termine, “Va in mona”, ma quello è un dettaglio.
Scarpe da ballerino indossava il Perdiboni: era un appassionato di valzer e tanghi. E ogni tanto, quando andavamo in trasferta con la banda, finito il concerto, mi invitava a ballare alla sagra del paese. Ero una frana anche in quello ma forse gli stavo simpatica, tanto mi stringeva a sé costringendomi a mettere i piedi al posto giusto. E il sopracciglio da folle spariva. Stringeva e sorrideva. Con Perdiboni ho imparato a ballare e ad amare la musica, nonostante tutto.
E anche a capire dove si posano le mani degli uomini.
Se ho iniziato a fumare invece lo devo agli zii Gigi e Giuseppe. La prima sigaretta? Una Nazionale senza filtro.
La prima prima? Eravamo impegnati in un concerto al Carnevale di Venezia, sulla scalinata della chiesa di Vivaldi, il prete rosso. E tra un pezzo e l’altro, ci si divertiva ad allietare il pubblico di turisti con fette di salame e bicchieri di vino rosso. Ad ogni bicchiere, zio Gigi deviava sempre più sul jazz e zio Giuseppe gli andava dietro. All’ultimo pezzo, la marcia di Radetzsky, erano completamente ubriachi. Posati i sax tenori e preso in mano il bicchiere di grappa offerto da Pippo della sezione clarinetti, mi misero in bocca una Nazionale senza filtro e la accesero, ridendo come pazzi.
Io non ero come loro, suonavo il sax contralto. E dopo la prima tirata di Nazionale, che mi divampò in gola come un fuoco, mi misero in mano il bicchiere di grappa, quella del nonno, per spegnere _ dicevano _ il fuoco del tabacco in gola. Il risultato fu terribile, io che arrancavo sulla scalinata tenendomi la gola in fiamme e loro a ridere come due pazzi. E i turisti, dietro, come galline starnazzanti. A ridere di me. Pensavano fosse parte dello spettacolo di Carnevale.
La banda era così, una compagnia di vecchi e giovani con il ritmo accelerato e l’orecchio tutt’altro che assoluto, ma animati da una sana passione per il cazzeggio. Per noi, ragazzini all’epoca, era anche un modo per stare assieme e vedere posti lontani. Siamo arrivati fino a Cento, provincia di Ferrara, ma a noi bastava: sembrava lontanissimo milioni di chilometri da Mestre. E soprattutto nei viaggi in bus, andata e ritorno, quando le giacche strette e i cappelli a forma di panettone, ovvero la divisa d’ordinanza della banda cittadina ,finivano in alto, ammucchiati nei porta-oggetti, dentro il pullman si cantava e si rideva. Dal “Mazzolin di fiori” a “Parole, parole,parole” di Mina , era tutto un cantare.
Io mi divertivo alla grande, mi sentivo proprio come Mina, con una voce possente da usignolo, e il maestro ogni volta mi invitava a provarci ad iscrivermi al Conservatorio.
“Studia da cantante”, mi diceva e poi ci mettevamo a ballare. Ma la voglia di studiare era poca, ben di più quella di divertirsi. E nella banda, la risata non mancava mai. E a me bastava. Gli scherzi erano all’ordine del giorno. Dal pongo infilato dentro ai sax, resi afoni di colpo. Ai clarinetti con lo scotch all’interno dei componenti per rendere difficilissimo l’assemblaggio. E soprattutto il cambio di musica al volo, con una marcia che diventa improvvisazione jazz. Oppure il grasso per tenere saldi le varie parti di sughero del clarinetto, messo sopra al burro cacao con cui cercavamo di evitare la formazione dei calli sul labbro inferiore, causato dalla vibrazione dell’ancia in bocca. Una puzza indicibile, la bocca che sapeva d’escremento. E voglia di suonare, pari a zero. Quello era il risultato. Le zingarate rovinavano il lavoro di Perdiboni. Chiunque ci avrebbe rimesso le orecchie nel disastro generale delle prove nella palestra della scuola, dove tutti i mercoledì provavamo. Due ore di lavoro ( si fa per dire) e poi via a mangiar panini con il salame. E il vino per i grandi e aranciata per i piccoli. E la grappa del nonno. Clandestina, quindi servita con circospezione. Zio Giuseppe la rubava di nascosto ma mio nonno aveva sempre la scorta assicurata. Come faceva? La nascondeva dentro le bottigliette dello sciroppo, il vecchio. Lo scoprimmo dopo anni, quando il medico di famiglia annusò il contenuto della boccetta e quasi svenne per lo spavento. Mio nonno anche allora ebbe la battuta pronta. “Sarà scaduto”. Ma al primo sorso, il dottore non ebbe dubbi e svelò il trucco. Altro che anti-tosse, quella era grappa fatta in casa, fece notare. “ Ammazza tutto”, replicò il vecchio. E aveva ragione.
Noi ragazzini della banda, a suon di sorsetti di grappa, eravamo certo già svezzati all’etilismo veneto ma non beccammo un raffreddore manco a pagar oro. Io invece cominciai a far l’abbonamento alla tosse. Colpa delle Nazionali senza filtro, rubate agli zii e fumate in bicicletta con Marco e Marina, i miei amici inseparabili. Stavamo assieme tutti i pomeriggi o almeno riuscivamo a vederci tutti i giorni anche se io avevo due pomeriggi impegnati con il basket e loro due andavano al Conservatorio per ottenere il diploma di clarinetto. Ogni mercoledì sera avevamo l’appuntamento con la banda e la domenica pomeriggio la passavamo assieme, inseparabili. Tre come uno, uno come tre. Avevamo anche fatto il patto di sangue, lo chiamavamo così. Ma senza sangue. In realtà ci eravamo baciati a turno in bocca, come vedevamo nei film della mafia. Solo che eravamo furbi e abbiamo lievemente dilungato, anche per non arrivare impreparati al terribile appuntamento con il gioco della bottiglia alla festa a scuola. Bacio alla francese, diceva Marco che era sempre all’ultima moda. Sì, ma la lingua dove la mettevi? Ne discutemmo per giorni fino a decidere di provare tra noi, per capire. Marco rischiò di soffocarsi tenendola indietro sotto i denti il più possibile. Marina sembrava mangiasse un gelato. Io puntai a tenerla sul lato sinistro. Del resto ero mancina. E figlia di comunisti. Quel bacio suggellò l’amicizia. La banda resiste ancora, noi siamo ancora amici. Marco ha preso la sua strada ed è in una isola deserta,decisamente lontana, a spassarsela con i bicipiti. Marina è mamma di due splendidi bambini e insegna ai ragazzi disabili come comunicare con la musica.
Io, beh, io sono alla prese con la mia tosse. E ogni tanto in testa mi risuona la marcia di Radetzky e rido. E la lingua va a sinistra e sfioro il sax. E finisco con il cantare come Mina.

3 commenti:

sancla ha detto...

IO che non so suonare, ho sempre saputo di perdermi qualcosa per questo.

:)

fatacarabina - remedios ha detto...

« L'uomo nel cui cuore la musica è senza eco, che non si commuove ad un bell'accordo di suoni, è capace di tutto, di ferire, di tradire di rubare. [...] Non fidarti di lui, ascolta la musica! » (cit.)”

S.B. ha detto...

Niente male per un sax contralto, ma le nazionali senza filtro devi lasciarle a noi sax tenori, non son cose da ragazzi! ;-)

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