Mi guardo i piedi, sono sporchi di farina. Mi piace impastare il pane a piedi nudi, sul marmo della cucina, in camicia da notte. Appena sveglia.
Il mio giorno di riposo inizia così, con la moka sul fuoco e l'aroma di caffè in giro per la casa, e io con la mani e la camicia sporche di farina che impasto la madre e mi preparo il pane.
Non lo faccio mai solo per me, il pane.
Mi guardo i piedi, sono sporchi di farina.
Mi piace impastare, con le mani che all'inizio sono tutte sporche d'impasto e poi man mano che lo lavori, quello diventa elastico, prende forma, non è più liquido ma diventa sostanza che si gonfia.
E le mie mani lavorano. Mi piace sentire la farina che si addensa, la pasta che diventa man mano più soda. Mi diverte sporcarmi, mi sono sempre divertita a sporcarmi.
A volte, quando ho finito di impastare, ho la pasta anche sui capelli o sulla punta del naso. Poco male, basta una doccia e si torna presentabili. Così nessuno si stupisce che giochi con la pasta, giochi a far la panettiera, con la farina che cade per terra, sui piedi, e ogni volta che li guardo penso che ho fatto sesso, alla fine.
La farina è la base del pane, fare il pane è come far l'amore.
Impastarsi, mescolarsi.
Alla fine quando divido l'impasto in tre palline mi dispiace sempre farlo. Mi pare di interromperle.
"È vero, zio Stojil, ho visto una fata che ha trasformato un tizio in fiore." "Meglio così che il contrario," risponde Stojil senza togliere gli occhi dalla scacchiera. "Perché?" "Perché il giorno in cui le fate trasformeranno i fiori in tizi, la campagna diventerà infrequentabile."
Fatacarabina

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1 commento:
considerando che il pane lo faccio con la macchina automatica, forse dovrei smetterla di fare sillogismi...
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