Ti lascio andar via, ma vorrei aver il fiato sufficiente per dirti di restare. Invece il fiato mica arriva in gola a formar le parole e allora ti saluto con un sorriso, il migliore che possa regalarti. Così quando sarai lontano e ripenserai a stanotte, non avrai dolori e tensioni, se non quelle del desiderio che non fa rima con dispiacere. Tu chiudi la porta e io resto sola, in questo letto. Le lenzuola, i cuscini, il copri-piumone sono impregnati del nostro odore, che si è mescolato in una fragranza forte, di terra e fiori. Mi sa che l’hai sentita pure tu, fortissima, quella fragranza. I tuoi capelli, le mani, il petto, la bocca sono ancora impregnati del nostro odore. Certamente lo stai sentendo anche tu, come me, in questo momento.
Nel letto resta a farmi compagnia il tuo calore, che si è concentrato come una sagoma termica nello spazio dove prima stavi tu, e io mi spingo a cercarvi il giusto tepore del riposo. Come un gatto mi ci raggomitolo attorno, e questa porzione di letto, con dentro il tuo odore e la tua temperatura, cerco di trattenerla con me il più possibile. Vorrei arrivare a mattina, superare la soglia dell’alba, e sentirli ancora addosso. E’ una giusta chimica, quella che si è formata in questo letto. Ma non c’è quiete, per ora. Stendo le gambe, sono irrigidite e scosse da continue , piccole, inesorabili scosse elettriche. Le sfioro, sperando di calmarle, ma loro sono come elettrificate. Non le controlla il mio cervello. Devono placarsi da sole, quando sarà il ventre a dire basta. E allora chiudo gli occhi. L’odore, il calore, il ballo delle gambe, tutto, mi tiene aggrappata a quello che ci è successo stasera. L’incontro per le scale del palazzo, il tuo sorriso ironico, l’invito a prender un bicchier d'acqua che poi diventa una pasta mangiata assieme, i racconti di vita reciproca. E poi la tua mano che sfiora il mio collo mentre lavo i piatti, l’ altra che cinge i miei fianchi. Il mio sorriso, il tuo sorriso. La tua bocca che cerca la mia e la mia che risponde e quelle parole silenziose che si dicono solo quando ci si bacia. E ancora le tue mani, che mi stringono ora con forza, che si aggrappano ai miei seni, fino a far male. Mani che scendono , con la volontà di liberarci dalla stretta costrizione di vestiti, adesso inutili. Una barriera al calore, autentico, dei nostri corpi che si cercano, si sfiorano, si assaggiano come se la fame fosse quella di una vita. E solo ora si potesse davvero mangiare. E ancora io, sopra di te, a sorriderti, ondeggiando, pensando che a questo punto non sei manco tu dentro di me ma sono io dentro di te dentro di me. E il calore sale e la fame aumenta. Tu che ridi dei miei occhi gialli, che quando faccio l’amore paio una lupa polacca, dici. E io che rido delle tue buffe smorfie, che mi divertono, dico. E ridendo e assaporando, io mangio la tua vita e tu la mia, mentre io mi muovo sopra di te, imparando ad andare al tuo di ritmo. Siamo come due ballerini che hanno paura di pestarsi i piedi nel paso doble e vanno lenti, ma convinti, e più trovano sintonia, più improvvisano e sanno andar veloci e trovano la loro, di musica, da ballare. E quando sentiamo che tu sei davvero dentro di me che sono dentro di te che sei dentro di me, allora, si può solo gridare. Non si può dire, tranne quel che sa dire un lungo bacio disperato che non saprà mai di morte. Perché la vecchia stanotte, in questo letto, l’abbiamo fregata di nuovo, scacciandola con la chimica del nostro piacere. E dormire adesso sì che diventa facile e le gambe si placano, lentamente. E il sorriso mi fa compagnia, come fa compagnia a te stanotte.
"È vero, zio Stojil, ho visto una fata che ha trasformato un tizio in fiore." "Meglio così che il contrario," risponde Stojil senza togliere gli occhi dalla scacchiera. "Perché?" "Perché il giorno in cui le fate trasformeranno i fiori in tizi, la campagna diventerà infrequentabile."
Fatacarabina
lunedì 8 dicembre 2008
Parole
Ci sono persone, che non pensavo, che mi entrano sotto pelle e ci navigano dentro, silenziose il più delle volte, e poi quando vogliono loro, sanno dire parole che, con l'eco che si produce improvviso sotto pelle, finiscono con lo smuovermi dentro, dal cervello al ventre. E io resto stupita a veder come reagiscono i miei due cervelli, che hanno bisogno di onestà e sensibilità, oggi, per muoversi davvero, davanti a queste parole che mica sono dette per me, ma hanno toni veri, fondamentali.
Mi spunta una lacrima perché so cosa significa amare con le ossa e non solo con il corpo, il cervello e la pancia. Ricerco quella sensazione, che mica sempre la trovi e tantomeno al supermercato delle emozioni.
Non è una lacrima triste, piangiamo per toglierci le tossine dal cervello e pure le parole, talvolta, hanno il potere di depurarci dentro. E io che ora so chi sono e voglio andare nel bosco ad accarezzare quel lupo, che in certe notti, nei sogni, mi viene a trovare, e stavolta ci voglio camminare assieme senza paura che mi azzanni e mi lasci con la gola squarciata a terra a cercar di dire una parola che non so dire, sono felice che ci sia ancora chi le sa dire le parole, quelle fondamentali. Che escono dal cervello, vengono filtrate dalla pancia ed escono potenti e rafforzate. Come un pugno che ti intontisce e poi ti costringe a reagire.
Mi spunta una lacrima perché so cosa significa amare con le ossa e non solo con il corpo, il cervello e la pancia. Ricerco quella sensazione, che mica sempre la trovi e tantomeno al supermercato delle emozioni.
Non è una lacrima triste, piangiamo per toglierci le tossine dal cervello e pure le parole, talvolta, hanno il potere di depurarci dentro. E io che ora so chi sono e voglio andare nel bosco ad accarezzare quel lupo, che in certe notti, nei sogni, mi viene a trovare, e stavolta ci voglio camminare assieme senza paura che mi azzanni e mi lasci con la gola squarciata a terra a cercar di dire una parola che non so dire, sono felice che ci sia ancora chi le sa dire le parole, quelle fondamentali. Che escono dal cervello, vengono filtrate dalla pancia ed escono potenti e rafforzate. Come un pugno che ti intontisce e poi ti costringe a reagire.
domenica 7 dicembre 2008
Alla porta
Se tu fossi il mare mi tufferei di corsa
ancora con i vestiti addosso
Mi lascerei bagnare e
sferzare dalle tue onde.
E pure la paperella si divertirebbe.
Se tu fossi il cielo, noleggerei un deltaplano
per venirti a solleticare
giocando con le tue correnti ascensionali
per poi baciarti a sorpresa.
E il condor sarebbe complice.
Se tu fossi un vulcano, mi arrampicherei
fino a te, per toccar con un dito
quanto stai bollendo dentro e
porterei pure l' ovetto, per dopo,
da cucinar lentamente sotto la cenere.
Se tu fossi una foresta, organizzerei
una spedizione alla ricerca della tua
pianta più segreta e misteriosa.
Per rubarla, e trarne
un lisergico distillato di vita.
Ma non so chi sei e cosa vuoi da me
di domenica mattina.
Mi offri per casa una torre.
E io se mi chiudessi lì dentro
troverei come unico credo, il massacrarti.
Quindi, sciò, e stai in guardia.
ancora con i vestiti addosso
Mi lascerei bagnare e
sferzare dalle tue onde.
E pure la paperella si divertirebbe.
Se tu fossi il cielo, noleggerei un deltaplano
per venirti a solleticare
giocando con le tue correnti ascensionali
per poi baciarti a sorpresa.
E il condor sarebbe complice.
Se tu fossi un vulcano, mi arrampicherei
fino a te, per toccar con un dito
quanto stai bollendo dentro e
porterei pure l' ovetto, per dopo,
da cucinar lentamente sotto la cenere.
Se tu fossi una foresta, organizzerei
una spedizione alla ricerca della tua
pianta più segreta e misteriosa.
Per rubarla, e trarne
un lisergico distillato di vita.
Ma non so chi sei e cosa vuoi da me
di domenica mattina.
Mi offri per casa una torre.
E io se mi chiudessi lì dentro
troverei come unico credo, il massacrarti.
Quindi, sciò, e stai in guardia.
sabato 6 dicembre 2008
Il maglione
Sono qui davanti al bar, l'indirizzo è quello giusto. Mi guardo attorno, per vedere se ci sei. La gente mi passa accanto e non mi nota, sono una dei tanti. Ma loro si muovono e io sto ferma, io aspetto. E l'orologio finisce con lo scandire il ritmo dei miei pensieri. Ma anche l'orologio, alla fine, non mi sta dietro. Va più lento di quel che sento, di quel che voglio. Se tu fossi qui, a pochi passi da me, a guardarmi mentre ti aspetto, sono sicura capiresti.
Le mie mani, nascoste nelle tasche del cappotto hanno voglia di stringere il tuo braccio. Le mie dita ripercorrono il tuo profilo, ricordano perfettamente il percorso e sapranno ritrovare la strada. Addosso ho il tuo profumo, l'odore del maglione che hai dimenticato da me, l'ultima volta. L' ho messo via accuratamente, è intatto. Per giorni l'ho guardato da lontano, temevo di avvicinarmi per non sentire quel profumo e ritrovarmi scossa dal vento. Indossarlo è stato come entrarti dentro, mescolarmi a te. Due odori, diversi, che ne creano uno solo. E' nata una nuova fragranza, insolita, inattesa. Ventosa e terrena. Un richiamo, racchiuso dentro questa lana. Per questo lo indosso, sotto il cappotto, in mezzo alla strada. Posso perdere te ma non la fragranza di quello che abbiamo creato. E sono venuta a dirtelo, di persona. Non riavrai il tuo maglione, perché nell'intreccio di questa lana verde ci sono oramai finita dentro anche io. Mescolata al tuo odore.
(dedicato ad una amica)
Le mie mani, nascoste nelle tasche del cappotto hanno voglia di stringere il tuo braccio. Le mie dita ripercorrono il tuo profilo, ricordano perfettamente il percorso e sapranno ritrovare la strada. Addosso ho il tuo profumo, l'odore del maglione che hai dimenticato da me, l'ultima volta. L' ho messo via accuratamente, è intatto. Per giorni l'ho guardato da lontano, temevo di avvicinarmi per non sentire quel profumo e ritrovarmi scossa dal vento. Indossarlo è stato come entrarti dentro, mescolarmi a te. Due odori, diversi, che ne creano uno solo. E' nata una nuova fragranza, insolita, inattesa. Ventosa e terrena. Un richiamo, racchiuso dentro questa lana. Per questo lo indosso, sotto il cappotto, in mezzo alla strada. Posso perdere te ma non la fragranza di quello che abbiamo creato. E sono venuta a dirtelo, di persona. Non riavrai il tuo maglione, perché nell'intreccio di questa lana verde ci sono oramai finita dentro anche io. Mescolata al tuo odore.
(dedicato ad una amica)
venerdì 5 dicembre 2008
Le cose che odio di me
Parlo troppo.
Starei ore a parlare, raccontare ed ascoltare le storie altrui. Con il rischio di risultare logorroica.
Sento troppo.
Sento prima che gli altri me lo dicano, quel che sta succedendo. A volte sento i distacchi, prima che avvengano. Quindi mi rovino anche l'effetto sorpresa.
Mi fido poco.
Solo pochi sanno davvero chi sono io. E il più delle volte si stupiscono.
Mi par di disturbare.
E così, quando voglio parlar di me, finisco con il temere di disturbare chi mi è vicino.
Temo la mia sensibilità.
Ho ancora troppo pudore nel mostrare quanto il mio cervello è sferzato dal vento.
Starei ore a parlare, raccontare ed ascoltare le storie altrui. Con il rischio di risultare logorroica.
Sento troppo.
Sento prima che gli altri me lo dicano, quel che sta succedendo. A volte sento i distacchi, prima che avvengano. Quindi mi rovino anche l'effetto sorpresa.
Mi fido poco.
Solo pochi sanno davvero chi sono io. E il più delle volte si stupiscono.
Mi par di disturbare.
E così, quando voglio parlar di me, finisco con il temere di disturbare chi mi è vicino.
Temo la mia sensibilità.
Ho ancora troppo pudore nel mostrare quanto il mio cervello è sferzato dal vento.
giovedì 4 dicembre 2008
L'attesa che fa bene
Sto imparando ogni giorno.
Per alcune novità, lo ammetto, faccio fatica.
Come la pazienza.
Sto imparando a convivere
con l'arte del pazientare.
Ho capito che non è sempre giusto correre
a prendere quel che vuoi.
Rischi di non godertelo veramente.
Rischi di trasformare l'entusiasmo
in un assalto alla diligenza.
Oggi sto imparando
ad attendere che quel che desidero
arrivi da solo.
Imparo a lasciar che la diligenza
faccia la sua corsa, senza organizzare l'assalto.
E aspettando...il desiderio cresce.
Per alcune novità, lo ammetto, faccio fatica.
Come la pazienza.
Sto imparando a convivere
con l'arte del pazientare.
Ho capito che non è sempre giusto correre
a prendere quel che vuoi.
Rischi di non godertelo veramente.
Rischi di trasformare l'entusiasmo
in un assalto alla diligenza.
Oggi sto imparando
ad attendere che quel che desidero
arrivi da solo.
Imparo a lasciar che la diligenza
faccia la sua corsa, senza organizzare l'assalto.
E aspettando...il desiderio cresce.
mercoledì 3 dicembre 2008
la lettera - un racconto
Man mano che il livido si allarga sul collo, trasformandosi da un lungo segno rosso ad un ematoma nero, capisco che è ora di andarmene. Ci ho messo una notte, avevo bisogno di pensare dopo un pomeriggio passato a piangere. Forse tu non potrai mai capire, ma ho passato tutta la notte in salotto a pensare di riuscire ad aprir la porta ed andar via. Scendere le scale, raggiungere strada, salire su un qualsiasi bus e taxi. E respirare. Guardavo la porta, la chiave nella serratura e mi immaginavo tutte le azioni. Girare la chiave, aprire, camminare giù per le scale, aprire il portone e respirare. Per questo te lo scrivo, affinché tu sappia e , ma non pretendo tanto, capisca. Sono rimasta tutta la notte a piangere sul divano del salotto. Sognando di andarmene e disperandomi per ogni pensiero che invece mi diceva di restare, perché l'affetto che ancora provo per te mi diceva che saresti cambiato. Ma l'amore a volte è un pessimo consigliere. Quando arriva il presto? Alla fine è solo un concetto adattabile ai nostri personali egoismi. Non è garanzia di cambiamento, non porti addosso alcun certificato di garanzia che mi assicuri che cambierai in uno o due giorni. E io, che per amore potrei resistere una vita, ti dico che quella porta la apro, e vado fuori a respirare. Perché l'amore non è più così importante, perché con gli anni è diventato affetto e abitudine alla tua presenza nel mio letto, ai tuoi gesti poco gentili, alle tue battute sul mio corpo che invecchia. Un corpo che dici di disprezzare ma di cui sei geloso.
Dove l'ho messo l'amore? L'hai ucciso tu, con le tue mani. Giorno dopo giorno, con le tue inutili gelosie, con i tuoi schiaffi talmente ben assestati da lasciarmi rintronata per ore. Schiaffeggi bene, questo potrebbe essere anche un complimento, se non fosse che quei colpi sul mio viso sono sempre stati gratuiti, immotivati. E quando l'altra notte, mi hai stretto forte il collo, io ho smesso di respirare. La paura mi ha bloccato i polmoni, li ha resi immobili ed afoni. Da allora non parlo, non respiro, non vivo. E' questione di sopravvivenza, a questo punto. Un altro minuto, vicino a te, e anche il cuore potrebbe fermarsi. Ecco, cosa significa presto per me. Aprire subito, adesso, quella porta ed uscire a respirare, senza guardarmi indietro. Senza pensare che all'inizio tra noi era amore e passione. Senza sentire le risate dei ricordi. Oggi, in questa casa, c'è il silenzio. E' come se avessi vissuto questi mesi dentro un bicchiere capovolto, in cui non c'è più ossigeno. E l'amore in queste condizioni, muore. Muore la pazienza e non resta alcuna traccia di comprensione. Resta solo un livido nero sul collo.
Dove l'ho messo l'amore? L'hai ucciso tu, con le tue mani. Giorno dopo giorno, con le tue inutili gelosie, con i tuoi schiaffi talmente ben assestati da lasciarmi rintronata per ore. Schiaffeggi bene, questo potrebbe essere anche un complimento, se non fosse che quei colpi sul mio viso sono sempre stati gratuiti, immotivati. E quando l'altra notte, mi hai stretto forte il collo, io ho smesso di respirare. La paura mi ha bloccato i polmoni, li ha resi immobili ed afoni. Da allora non parlo, non respiro, non vivo. E' questione di sopravvivenza, a questo punto. Un altro minuto, vicino a te, e anche il cuore potrebbe fermarsi. Ecco, cosa significa presto per me. Aprire subito, adesso, quella porta ed uscire a respirare, senza guardarmi indietro. Senza pensare che all'inizio tra noi era amore e passione. Senza sentire le risate dei ricordi. Oggi, in questa casa, c'è il silenzio. E' come se avessi vissuto questi mesi dentro un bicchiere capovolto, in cui non c'è più ossigeno. E l'amore in queste condizioni, muore. Muore la pazienza e non resta alcuna traccia di comprensione. Resta solo un livido nero sul collo.
martedì 2 dicembre 2008
Spiona
Non ho mai fatto la spia, non amo farla. Culturalmente la mia famiglia gli spioni li insegue da almeno tre generazioni per prenderli a calci in culo.
Ma giuro che se un giorno mi troverò al cospetto del Signore, Dio vostro, e mentre lui sarà impegnato a dirmi di andar a bussar altrove in quanto apostata, voglio puntargli il dito davanti all'occhio - per distrarlo - e dirgli due cosette.
Voglio dirgli che gli alti prelati, i vescovi, i Papi a cui fa spazio in Paradiso da secoli, quando erano in terra, loro, del suo Verbo hanno fatto spesso carta igienica con posizioni tutt'altro che dettate dall'amore e dalla compassione.
Voglio far proprio la spiona, per una volta. Poi me ne andrò tra gli omosessuali, le prostitute, le donne morte di aids con i loro figli per l'assenza di un preservativo, tra gli indios con le orecchie mozzate perché non adoravano la croce.
A farci quattro risate.
Ma giuro che se un giorno mi troverò al cospetto del Signore, Dio vostro, e mentre lui sarà impegnato a dirmi di andar a bussar altrove in quanto apostata, voglio puntargli il dito davanti all'occhio - per distrarlo - e dirgli due cosette.
Voglio dirgli che gli alti prelati, i vescovi, i Papi a cui fa spazio in Paradiso da secoli, quando erano in terra, loro, del suo Verbo hanno fatto spesso carta igienica con posizioni tutt'altro che dettate dall'amore e dalla compassione.
Voglio far proprio la spiona, per una volta. Poi me ne andrò tra gli omosessuali, le prostitute, le donne morte di aids con i loro figli per l'assenza di un preservativo, tra gli indios con le orecchie mozzate perché non adoravano la croce.
A farci quattro risate.
Tornite
Mi guardo allo specchio, e come ogni donna che si rispetti, spesso faccio l'elenco dei miei difetti. Ci casco pur sapendo che la perfezione è il male. Ma mi basta pensare alla conoscente tacchettata, modello manico di scopa, che mi capita spesso di incontrare, per star meglio. Gli amici dicono che sono tanta, quando vogliono farmi un complimento. E io sorrido, perché so che è assolutamente vero. Un corpo, uno stile di vita, quello dell'abbondanza.
Di me dico che sono tornita. E mi va bene dirlo, perché sono la prima a scherzare sulle mie rotondità. Con cui, alla fin fine, convivo ora benissimo. Quando esco con la mia compagnia di amici e amiche, raggiungo in fretta il top degli abbracci.
Lo so, sono confortevole e questo mi rende orgogliosa.
Fino a qualche anno fa anche io ambivo al ruolo di donna stecco. Le guardiamo ammirate apparire sulle riviste di moda, bellissime e senza rughe e ti vien l'invidia della perfezione, della totale assenza di cellulite. Poi rivedi i loro cloni per le strade, che avanzano sui tacchetti con facce tristi e piene di rughe, per i troppi chili persi in fretta.
Tavole senza culo e seni, prive di rotondità, irrigidite nei loro ruoli di donne perfette. Perfette per chi, questo è il punto. Per gli stilisti e le riviste o per loro? Non credo affatto siano loro a scegliere, alla fine. E a me vien la tristezza, che mi tocca fermare con un quadretto di fondente extra. O con un abbraccio forte, che è ancora meglio.
Di me dico che sono tornita. E mi va bene dirlo, perché sono la prima a scherzare sulle mie rotondità. Con cui, alla fin fine, convivo ora benissimo. Quando esco con la mia compagnia di amici e amiche, raggiungo in fretta il top degli abbracci.
Lo so, sono confortevole e questo mi rende orgogliosa.
Fino a qualche anno fa anche io ambivo al ruolo di donna stecco. Le guardiamo ammirate apparire sulle riviste di moda, bellissime e senza rughe e ti vien l'invidia della perfezione, della totale assenza di cellulite. Poi rivedi i loro cloni per le strade, che avanzano sui tacchetti con facce tristi e piene di rughe, per i troppi chili persi in fretta.
Tavole senza culo e seni, prive di rotondità, irrigidite nei loro ruoli di donne perfette. Perfette per chi, questo è il punto. Per gli stilisti e le riviste o per loro? Non credo affatto siano loro a scegliere, alla fine. E a me vien la tristezza, che mi tocca fermare con un quadretto di fondente extra. O con un abbraccio forte, che è ancora meglio.
Sirene spietate
Avessi qualcosa da dirti, te lo direi, credimi. E' che non ho proprio niente da dire. Non è questione che non ho voglia, che son stanca. Non ho manco mal di testa. Se penso a te, e qualche volta mi capita perché ho il terribile difetto di non dimenticare, sento che non ho assolutamente niente da dire. E allora è bene tacere, girar la testa altrove. Pensare a farsi bene e non preoccuparsi più di niente. Non mi fa manco più sorridere il ricordo delle risate di un tempo, il continuo fruscio delle lenzuola, le tue continue parole dette anche quando era meglio che stessimo zitti.
Abbiamo parlato così tanto che oggi, almeno per me, qualsiasi monosillabo uscito dalla mia bocca appare inutile. Perché già detto. E sai quanto odio ripetermi.
E siccome, tutto ricordo, il già detto lo individuo all'istante e lo evito di conseguenza.
Ma tu continui a parlare, invece, alzi pure la voce. Ti sei arrabbiato , al solito. Sei arrivato, mi ha visto ed hai cominciato ad insultarmi. Ok, era la tua macchina. Ok, ti ho riconosciuto. Ti ho visto scendere e cominciar a far il tuo lavoro. E io che pensavo agli affari miei, ho accelerato. Senza pensarci, avevo la testa altrove. Sì, ho cozzato. Volontariamente? No, il termine esatto è istintivamente.
Tu urli, io non ho niente da dire e fatico pure a sentirle quelle parole, così afone. L'unica cosa che ho sentito netta è stato il suono della sirena della tua auto di servizio che superava la mia Punto e poi si piazzava sotto al cavalcavia. Una sirena fastidiosa e così ho accelerato e l'ho fatta smettere. Ho fatto male? No, non credo. Era una sirena spietata.
Abbiamo parlato così tanto che oggi, almeno per me, qualsiasi monosillabo uscito dalla mia bocca appare inutile. Perché già detto. E sai quanto odio ripetermi.
E siccome, tutto ricordo, il già detto lo individuo all'istante e lo evito di conseguenza.
Ma tu continui a parlare, invece, alzi pure la voce. Ti sei arrabbiato , al solito. Sei arrivato, mi ha visto ed hai cominciato ad insultarmi. Ok, era la tua macchina. Ok, ti ho riconosciuto. Ti ho visto scendere e cominciar a far il tuo lavoro. E io che pensavo agli affari miei, ho accelerato. Senza pensarci, avevo la testa altrove. Sì, ho cozzato. Volontariamente? No, il termine esatto è istintivamente.
Tu urli, io non ho niente da dire e fatico pure a sentirle quelle parole, così afone. L'unica cosa che ho sentito netta è stato il suono della sirena della tua auto di servizio che superava la mia Punto e poi si piazzava sotto al cavalcavia. Una sirena fastidiosa e così ho accelerato e l'ho fatta smettere. Ho fatto male? No, non credo. Era una sirena spietata.
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