Fatacarabina

Fatacarabina

giovedì 25 dicembre 2008

Guri!




Auguri a ...
chi mi conosce benissimo, a chi comincia a farlo e a chi non ci riuscirà mai.
Auguri agli uomini che ho amato e a quelli che mi hanno detto no.
Auguri agli uomini che non ho voluto e a quelli che ho solo sognato.
Auguri a chi mi ha generato ( e qui ci sta anche un grazie)
e a chi mi trova ancora oggi inadeguata ( e qui il grazie lo tolgo subito).
Auguri alle amiche sincere e vere, quelle che ti dicono in faccia cosa pensano.
Auguri agli amici che sano veder oltre.
Auguri a chi ama leggere e a chi vive di passioni.
Auguri a chi ama scrivere e sulla carta cerca di trovare un senso.
Auguri a chi è in strada e si sente solo
Auguri a chi è in casa, c'è troppa gente, e si sente solo lo stesso.
Auguri alle donne violate, derise, umiliate, maltrattate.
Auguri ai bambini, tutti, nessuno escluso.
Auguri a chi si sente un guru, pieno di potere, e
a chi si sente una particella di sodio, inascoltata.

Auguri e qui potete continuare voi...

Buon Natale, baciatevi se potete

Ne ricevi tanti in questi giorni, più o meno sinceri, più o meno coinvolgenti.
E' la febbre del Natale, che ti fa dare una infinità di baci e regalar sorrisi.
Va bene così.
Ma per fortuna, non tutti i baci sono uguali.
Ci sono baci che sono fondamentali.
Baci ben dati, morbidi e rasserenanti.
Portatori sani di felicità.
Un bacio in apnea, lungo come una giornata, al sapore di gioia e desiderio, mica lo porta Babbo Natale.
Non lo trovi sotto l'albero, in mezzo ai pacchetti regalo.
Non lo trovi neanche all'ipermercato, in offerta 3x2
Le sue tracce le trovi, semmai, inciampandoci sopra
o nei gesti di chi te lo offre e te manco te lo immaginavi.
Lo trovi dentro le pagine di un libro
sulla faccia felice di un uomo innamorato
negli occhi di una donna che scopre di aver generato una vita.
Lo puoi annusare tra le lenzuola di un letto sfatto di due amanti.
Tra i capelli di una ragazzina che non sa neanche dire, oggi, cosa è l'amore.
Lo trovi tra le mani di un uomo che ha appena lasciato il suo desiderio
tra i seni di una donna che non rivedrà, ma che ha voluto perfino con le ossa.
O nello sguardo radioso di un bambino che gioca con il regalo tanto atteso.
O ancora tra le gambe di una donna che non sa più come chiederli e dorme sola.
Sono dentro di noi, ogni giorno, i baci fondamentali.
Ma ci vuol coraggio per farli emergere
dal fondo dello stomaco e lasciarli andare
dove è giusto che vadano.
Hanno la potenza di una fusione nucleare
solo che la direzione la scegliamo noi.
Fondono vite, storie, aspirazioni diverse in un gesto che genera
Un giorno può essere la somma di 24 ore
o un grandioso investimento, senza rischio di tracolli, in gioia, desiderio, serenità e amore.
Lo sa anche Babbo Natale, che di baci così ne vorrebbe pure lui,
e invece in queste ore lavora a cottimo per una multinazionale.

mercoledì 24 dicembre 2008

Disintossicazione mentale

Approfitto di questa pausa natalizia per liberare il cervello da scorie di stress, errori che pesano come macigni, vivisezionare emozioni difficili da gestire. E soprattutto respirare. Ho bisogno di concretezza, di parole semplici.
E quindi spengo internet, lascio decantare questo blog, faccio ciao ciao con la manina al social network. Agli amici e alle amiche, un bacio con lo schiocco.
Chiudo la casa virtuale e vado a farmi un giro.

Auguro a tutti di trascorrere le festività con chi amate davvero, senza finti auguri e false soddisfazioni, ma con vera felicità.
Ci si rilegge qui, prossimamente.

martedì 23 dicembre 2008

Non è colpa mia

Ci provo, cerco di star attenta. Di non ricadere nell'errorino. Alla fine, ci ricasco sempre.
Sono della famiglia dei distratti, di quelli che per inseguir il piacere di un pensiero, lieve o pesante che sia, finiscono con lo scordar il dovere delle quotidiane incombenze. Sono così distratta a volte che saluto gente che non conosco e non bado ad amici da una vita che urlano a squarciagola per richiamar la mia attenzione. Sono così distratta che un giorno sono andata in ufficio con il pigiamino fucsia sotto il cappotto, e poi sono scappata a casa con la faccia dello stesso colore, quando mi sono accorta degli sguardi allucinati dei colleghi. Sono così distratta, che non mi accorgo se una auto tampona la mia al semaforo e me ne vado bellamente al verde senza rendermi conto di nulla. Sono distratta al punto che un giorno non ho manco riconosciuto mia madre, e lei è rimasta choccata e non mi ha parlato per un mese. Sono stata distratta anche quando scherzando con un amico poliziotto sulla sua nuova Beretta, l'ho presa in mano e gliela ho puntata alla fronte...Vabbé ma mica sapevo, io, che la sicura non c'era. Da allora mi evita...ma sono altre storie. Durante una visita a palazzo Ducale, mentre sognavo di esser una principessa in mezzo ai cavalieri in armatura, mi sono stampata su una vetrata che non avevo visto, ovviamente. Il frastuono è arrivato fino all'aeroporto di Tessera.
Camminar sul ghiaccio e pensare contemporaneamente, sono attività lesive per le mie giunture inferiori. In aereo mi distraggo al punto tale che dormo bellamente prima del decollo ed utilizzo la spalla del malcapitato vicino di posto come cuscino e se ci scappa la bavetta, come i neonati, non so che farci...
Se mi siedo in un locale, e la conversazione di chi mi è vicino non mi tiene ben attenta, posso girarmi involontariamente ad ascoltare i discorsi dei commensali al tavolo a fianco. Una volta, la conversazione era così interessante e struggente che mi sono seduta con loro, una coppia che si stava lasciando, e ci ho fatto pure la lacrimuccia. Mi hanno allontanata a malomodo, dandomi della ficcanaso. Avevano ragione ... ma ero presa dal dialogo, incessante e intelligente.
Mi distraggono i raggi di sole, i fiori e le piante in genere specie se del tipo succulente, gli odori di una cucina in cui si sta preparando una cena, gli uomini in camminata libera, i libri posati su un tavolo e pure una bottiglia di vino stappata...Mi distraggono soprattutto le parole, anche quelle sussurrate salendo le scale mobili di un centro commerciale e i movimenti di una mano che va ad accarezzare i capelli. Ecco, mi distraggono i capelli. Annuso quelli di amiche e amici, non lo faccio apposta, ma sembro un cane da tartufi. E se sto pensando a qualcosa di succulento mentre sono alla mia scrivania, in ufficio, intenta a scrivere, finisco con il palparmi involontariamente il seno sinistro. Insomma ho il cervello veloce, mi vien da dire per scusarmi. Che poi , a dirla tutta, cosa c'è da scusarsi, se hai la testa piena di pensieri, che volano lontani o vicini, e sono solo tuoi e ti tengon in vita.
Come le parole ben dette, che quando le senti pronunciare, diventi parte del racconto.
Scusate, cosa stavamo dicendo?

domenica 21 dicembre 2008

Soddisfazioni personali

Girovagando nei siti amici sono finita sul blog del mio amico Sba . Lo leggo spesso ma non avevo mica fatto caso al link al mio di blog e soprattutto alla motivazione:

La compagna ideale per una sbronza triste, ma anche di una sbronza allegra, insomma se la sgnapa la porta lei… ti xe ciavà.


Eh, signori e signore, sono soddisfazioni!
Hic

Volevo un libro

Stamani mi sono svegliata sentendomi un organismo monocellulare, solitario, in una casa in cui oggi il silenzio era pesante. Ho acceso la radio, su gtalk non c'erano i soliti saluti mattutini con gli amici. Mi sono concessa il primo caffè dopo una settimana in cui ho carburato solo grazie al thè, mi sono infilata la gonna che non mettevo da mesi e sono uscita a godermi il sole. Meta la libreria, ma non sono riuscita a comperare nulla perché c'era una coda infinita di gente, dalle signore impellicciate ai pensionati, in fila annoiata per pagare libri e cd. La crisi, quella che al governo fingono di non vedere ma che esiste davvero, spinge tanti a regalare libri questo Natale. Io i libri li ho sempre comperati e letti e non potrei vivere senza. Li regalo tutto l'anno, mica solo a Natale e non sono affatto un presente qualunque per me ma un regalo importante, un dono prezioso quanto un gioiello. Mi sono ricordata, mentre guardavo la coda di acquirenti in coda e mi chiedevo quanti in realtà erano lettori e non semplici consumatori all'ultima spiaggia, di una intervista sentita ieri sera per radio. Parlava Max Gazzè, un cantante che stimo, e lui diceva che un libro scritto o letto è una opera d'arte. E che lui i regali li faceva quando si sentiva, mica alle feste comandate. Ho rinviato l'appuntamento in libreria a malincuore e sono andata a passeggiare in strada, con una malinconia che mi saliva dal fondo dello stomaco su fino al cervello, innervosendomi. Ho girato per le bancarelle che vendono quintali di sciarpe, guanti, salami, finti vetri di Murano, spesso con il marchietto made in China, ben nascosto. Cercavo dei regali per i miei amici più cari. Alla fine non ho trovato niente che andasse bene. Ci voleva un libro per trasferire affetto, regalare emozione, consegnare un diverso punto di vista che accresce. Ci voleva un regalo così prezioso per trasferire l'amicizia e anche l'amore che provo per quelle persone che condividono con me un pezzo delle loro vite, mi sopportano, tentano di interpretare il mio cervello non sempre lineare. Oppure un oggetto che non fosse il falso del falso, ma frutto del lavoro di un artigiano, di un ragazzo di un centro per disabili, di un lavoratore del Sud del mondo. Non so se capite, ma ho cercato una traccia di genuinità che non ho trovato e questo ha acuito il mio stato malinconico. Perché mi accorgo di aver bisogno di genuinità e autenticità in tutto, in primis nei rapporti umani, prima che nei regali di Natale. E mi accorgo di non esser più capace di spacciar auguri a quanti non riesco a sopportare, perché rappresentano ideali lontanissimi dai miei.
Sono finita in una serra, a comperare l'ennesima pianta anti-malinconia, con cui condividere il mio piccolo appartamento, che in fondo è la mia cuccia. L' ho messa in auto e l'ho protetta allacciando attorno al vaso la cintura di sicurezza, come fosse una bambina piccola. Non chiedetemi perché lo faccio, è così e basta. La malinconia è rimasta. Volevo un libro e non l'ho comperato, volevo far dei regali e non ho trovato qualcosa che mi esaltasse. Sono finita a svuotare il vaso malinconico in questo post. Non mi interessa se chi lo leggerà, lo troverà inutile alla sua vita. Oltre a leggere, la cosa che amo di più fare è raccontare storie e mica sempre risultano esaltanti e sconvolgenti i racconti che ti escono da dentro. Stavolta è un frammento della mia, di storia.
E sono finita sul divano a leggere il libro della settimana, in attesa che l'orologio scandisca il tempo di andar in ufficio a lavorare.
Raymond Carver in "Niente trucchi da quattro soldi " scrive:
Penso che la letteratura possa renderci consapevoli di certi nostri difetti, di certi aspetti della nostra vita che ci mortificano e che ci hanno mortificato in passato, che possa farci capire cosa ci vuole per essere davvero umani, per essere qualcosa di più di quello che in effetti siamo, qualcosa di meglio. Penso che la letteratura possa farci capire che non stiamo vivendo la nostra vita nella maniera più piena. Ma se la letteratura possa davvero cambiarci la vita, questo non lo so. Sarebbe bello che fosse così. In effetti, può darsi che un racconto o un romanzo sia in grado di cambiarci la vita, di cambiare la nostra vita emotiva, mentre lo leggiamo. Forse se lo facciamo abbastanza spesso alla fine avverrà un processo di osmosi che ci aiuterà ad affrontare quello che ci aspetta.

E per me c'ha ragione.

sabato 20 dicembre 2008

Letterina

Caro Babbo Natale, quest'anno non ti chiedo niente.
Quello che mi serve ce l'ho, mi manca solo una cosa.
Bella, avvolgente, totalizzante, inebriante e intelligente.
E mi sa che quella tu non me la puoi dare.
Ci dovrò pensar da sola.
Che è il modo migliore di farsi un regalo.
Grazie e ciao

venerdì 19 dicembre 2008

Supereroi

Quando l'ho vista, la madre Superiora, mi era sembrata un enorme catafalco nero, che mi ricordava quel telefilm in replica che in tv mamma non mi lasciava guardare, Belfagor, perché faceva troppa paura. Tutta nera con quella faccia bianca senza sorrisi , mi sovrastava con un cipiglio duro, che non aveva nulla a che fare con i sorrisi che avevo lasciato a casa. Per un attimo pensai che mi avrebbe incenerito. Mi sedetti al banco e presi le matite colorate con la mano sinistra. Lei si fece il segno della croce, un gesto scaramantico anti-mancini che io capii solo dopo, alle elementari. La compagna dietro di me, mi tirò i capelli e mi disse lievemente: "Dopo ti picchiamo Silvia, sei la bambina antipatica con i capelli rossi che mi ha fatto cadere alle giostre". Io ero allibita: non mi chiamavo Silvia ed all'epoca ero quasi bionda tedesca, comunque di certo non rossa di capelli. Le prime due ore passarono veloci, io che mi tenevo lontana dalle bimbe che volevamo picchiarmi e la Superiora che ogni due minuti veniva a spostarmi la matita colorata dalla sinistra alla destra e io che resistevo, tornando ad usar la mano preferita e lei che accompagnava l'inutile tentativo con un segno della croce sconsolato. A pranzo uscii in giardino con gli altri. Rimediai uno scoppellotto e quattro calci dalle compagne tanto solerti nel punirmi per colpe non mie ed una serie di strattoni grandiosi della Superiora quando mi ritrovò attaccata alla fontana, intenta a divorare a strappi il fazzoletto di cotone bianco, urlando che volevo la mamma . Piangevo con una produzione di lacrime otto volte superiore allo zampillo della fontanella dell'asilo. Caddi stremata in refettorio al momento del pranzo, quando dopo la pasta al burro, arrivò la terrificante mela cotta. L'odore ancora oggi mi fa accapponare la pelle. Non feci il segno della croce, per non lasciar il fazzoletto sbranato e rimediai un altro ceffone dalla Superiora. Che poi , stanca anche solo di vedermi in lontananza frignare come un cagnolino abbandonato, mandò la bidella a chiamar mia madre. "Se la porti a casa, per favore", fu l'invito della suorona quando lei arrivò, tutta trafelata. Quel giorno , l'unico passato in un asilo, io ho amato la mia mamma, come si amano solo i supereroi dei cartoni animati.

lunedì 15 dicembre 2008

Mi chiami come vuole...

Ho ancora addosso questo stupido vestito rosso, il vomito ha sporcato la pelliccia bianca e i polsini non sono più immacolati, ma macchiati di fango. Cosa volete da me? Che vi fornisca le mie generalità? Mi chiami Gianni che va bene lo stesso. Cosa ci facevo nel vicolo? Vomitavo, ho bevuto troppo stasera. Veramente bevo troppo da mesi, da quando è arrivata la riconferma del contratto. Me ne stavo tanto bene a casa mia, con mia moglie e i miei animali, nel freddo del mio paese. Invece questo schifoso contratto di lavoro mi costringe ad andar via tutti gli anni e passar settimane nel vostro mondo caotico, inquinato, iper-tecnologico. Partire è un po’ morire e io, ogni anno che passa, mi avvicino alla mia fine. A pensarci sto male e bevo per anestetizzarmi dal fastidio di dover partire, di dover venire ad allietare le vostre ipocrite vite. Bevo per non pensare che sto morendo. Bevo per crepare prima. Perché ho picchiato quel barbone? Mi ha preso in giro. Diceva che ero un pallone gonfiato. E ho colpito duro quella faccia da clown ridente, finché l'alcol che avevo nello stomaco non mi ha costretto a fermarmi a vomitare. Finché non ha smesso di sorridere così.
Ma me lo dite cosa volete ancora da me? Non credete nella mia professionalità, per voi non valgo niente, salvo poi chiamarmi tutti gli anni a far il buffone alla vostra corte. E io che dovrei fare, obbedire? E’ vero, c’è un contratto, e mi pagate pure così il resto dell’anno me ne posso star a casa mia. Ma io non ce la faccio, mi chiedete cose, pretendete che vi sorrida, che sia amabile e buono. Ed ogni anno che passa, il sorriso diventa finto. Mi sento vuoto, sfiancato. Volete che vi ricordi quel che voi non siete più. E così berrò, fino a farmi scoppiare il fegato, che è quel che voglio. Il brutto è che con tutto sto rosso che ho addosso, se il fegato mi si spappola davvero e comincio a sanguinar dalla bocca, il sangue sul rosso del vestito manco si nota. Insomma, per voi sarebbe lo stesso. A meno che non si sporchi anche la candida pelliccia che mi passa attorno, lungo i bordi del vestito, e che ora è macchiata di vomito scuro. Ho fatto le prove generali. Vi fa schifo, vero? Non sono presentabile così? Ma che posso farci... se la pelliccia candida si macchia del mio sangue, non rosso, ma nero, a grumi con tracce bluastre, allora sì che sarà un bel vedere. Il mio sangue è nero, coagulato dal mio schifo personale. Sia chiaro, commissario, se crepo io non cambia niente. Ma almeno sarà un bel morire. Le telecamere verranno a filmare il mio cadavere, il volto bianco e ossuto, la pancia gonfia da mesi di super-alcolici, mica dal grasso pacioso della serena abbondanza, la pelliccia devastata dai grumi neri del sangue vomitato dalla mia bocca, fino ad asfissiarmi. Lo sguardo atterrito, dallo spasimo finale del dolore. Si immagina, commissario? Che servizi, con i commentatori in orgasmo dialettico, gli psicologi a porsi domande, le aziende a listar a lutto gli alberi di Natale. Durerà il tempo di due giorni, massimo tre. Sono pur sempre uno famoso, una faccia nota. Poi mi lascerete in pace. Passate undici mesi a burlarvi di me, dicendo che pensar che io esista è roba da bambini, da creduloni. Ma io esisto solo per far sorridere i vostri figli e voi l’avete dimenticato. Così come avete dimenticato di insegnare ai vostri figli il piacere di regalarsi un sorriso. Questi bambini oggi mi tirano la barba, mi tirano calci allo stomaco per veder se sono finto, mi guardano come se fossi un fenomeno da baraccone. Non mi chiedono giocattoli ma cose da grandi, che costano. E non mi sorridono più. Io che ogni anno arrivavo con i miei sacchi ho dovuto cambiar distributore, cercar la merce alla moda, la stessa ovunque. Voi la chiamate globalizzazione, io la definisco una stronzata da terzo millennio. Roba da grandi messa in mano ai bambini. Cellulari, computer, roba che costa tanto e che si rompe in fretta. E vestiti da donne per le bambine. E Iphone da 500 euro per i maschietti. Tutto è peggiorato quando i giocattoli mi sono stati cancellati all’ultimo rinnovo del contratto. Nessuno ha pensato manco di recuperarli per darli a quei piccoli che nel mondo se la passano peggio dei vostri figli, senza cibo, senza scarpe, senza genitori. Loro sanno sorridere ancora davanti ad un pallone o una bambola di pezza. Il datore di lavoro, invece, li ha mandati tutti al termovalorizzatore, considerandoli fuori moda, inutili balocchi del passato. Li ho visti bruciare, e con loro ho visto morire centinaia di sorrisi. E per evitare di gettarmi nel fuoco a recuperarli, ho preso una bottiglia di whisky e ho mandato giù lunghissimi sorsi. Per anestetizzarmi. E ho camminato per ore, bevendo e basta, fino a quel vicolo. Per spegner la rabbia, il fastidio, lo schifo. Meglio annullarmi in un litro di whisky che cedere, pensare che quel che faccio va ancora bene, che è giusto. Volevo lasciare da tempo ma la mia campagna ghiacciata non mi permette di mantenere me e i miei animali. E così sconfiggerò il ricatto, lavorando, ma morendo, lentamente. Tanto dentro sono già un encefalo quasi piatto, che risponde oramai solo agli stimoli e ai doveri essenziali. Bere, pisciare, camminare, distribuire, pisciare, bere, andare a cacare, bere, pisciare, vomitare, bere, consegnare, sorridere, defecare, vomitare e bere. Ok, commissario, a lei non interessa nulla di quel che le sto raccontando. Vuole solo le mie generalità per poi spedirmi in cella stanotte. L'accusa? Lesioni. Puzzo di vomito, è vero. Non ho addosso un bell’odore, lo ammetto. Ma anche quello stronzo, non puzzava meno di me. Sì, ok, ho cominciato prima io.
Mi chiami come vuole, le ripeto. Sì, assomiglio a Babbo Natale. Ma lei ci crede? No. Ecco, appunto, lasciamo stare. Mi chiami pure Gianni.

L'insonnia praghese

Era da tempo che non sognavo così tanto. Quattro giorni via di casa, a camminare tutto il giorno a zonzo per Praga e poi arrivi a sera e crolli sul lettone. Sei stanchissima, metti la testa sul cuscino e dormi subito. Un sonno profondo che non penseresti ammetta neanche un minimo spazio per i sogni e invece quelli arrivano, e ti ritrovi a passare notti insonni a Praga a parlare , a raccontarti tutta la notte. Notti insonni in cui non si guarda mai l'orologio ma solo si studiano le rughe e i percorsi di un viso; in cui non ti fai neanche prendere dalla fretta tanto sai che non ti bastano 24 ore per raccontare una vita e ascoltare il racconto della vita altrui. E allora tanto vale spaccarlo l'orologio e lasciare che il racconto continui. Notti in cui l'aria odora d'assenzio bollente e di libri letti e riletti e il mondo lo puoi allontanare in fretta, nascondendoti sotto una coperta con una piccola lampada ad illuminare l'improvvisato rifugio, che è solo tuo e di chi vuoi tu. Oppure notti dove metti il giaccone sopra il pigiama e hai solo voglia di camminare nella penombra, sopra i freddi massi di pietra. Il naso all'insù a cercar le statue mostruose e un braccio che ti scalda mentre tu sei alle prese con i brividi del tuo personale mistero.
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