Fatacarabina

Fatacarabina

venerdì 6 febbraio 2009

Rispettate le mie scelte

Non faccio nulla scrivendo quel che sto per scrivere che chi mi ama non sappia già. Nella mia famiglia di questo si parla da tempo, e siamo tutti d'accordo. Sappiamo cosa dobbiamo fare, uno per l'altro. Per rispettare le scelte di ciascuno di noi. Ma ora che assisto, con l'unica possibilità dell'indignazione, all'orribile teatro messo in scena per impedire ad Eluana Englaro di andarsene, come lei e la sua famiglia hanno sempre voluto, è per me una necessità dire chiaramente quello che voglio. Perché nessuno possa dire di non sapere. Perché nessuno possa parlare di omissione di soccorso. Perché nessuno possa più neanche sussurrare che una persona in simili condizioni potrebbe procreare.
E voi tutti che leggete, ne siete testimoni. Come lo sono i miei amici e parenti.
Se sarò, un giorno spero molto lontano, ridotta ad un essere vegetale, non voglio essere tenuta in vita da alcuna ventilazione, alimentazione artificiale, o macchina che ci sia. Voglio che mi lasciate andare. Nessuno si preoccupi, non sarà un omicidio, sarà invece un bel modo di aiutarmi a sorridere ancora.
Perché non posso immaginarmi costretta in un letto, con il cervello nullo, le piaghe da decubito, gli occhi spenti, la bocca che non si apre. Non sarò io quel corpo inanimato, non ci sono rigurgiti che tengano che possano dire che quella sarebbe una vita che merita di essere vissuta. Non perché lo dice la morale o la religione altrui, ma perché sono io a dirlo. Preferisco anche che chi mi ama non soffra vedendo il mio cervello e il mio corpo ridotti in quegli stati.
Preferisco essere ricordata, più che tenuta attaccata, mio malgrado, ad un respiratore che allungherà solo la mia agonia. Della mia vita, voglio scegliere fino in fondo, come sto facendo oggi, che sono sanissima e nel pieno delle mie facoltà mentali. Io mi amo mentre amo, mi amo mentre ballo, mi amo mentre sorrido, mentre corro, mentre passeggio. Mi amo mentre scrivo in questo momento, mentre regalo un bacio o un sorriso a chi desidero, mentre conforto chi sta male, mentre scappo da chi mi fa del male, mentre regalo una carezza, preparo una cena o la valigia per partire. E voglio amare, parlare, stringere, toccare, dare. Io sono questo oggi, un essere che vive, che sente, che prova, che desidera. Se non sarò, un giorno, più nella possibilità di dire una parola, muovere un dito, fare un movimento con l'occhio, voglio esser lasciata libera di andarmene. Dove? Dove voglio io, per correre, amare, gioire di nuovo.
Chiedo, insomma, solo una cosa: che la mia scelta venga rispettata dal mondo che mi circonda come viene rispettata da chi mi conosce e mi ama.

Questo è il mio testamento biologico,
in fede della Costituzione italiana

Mitia Chiarin

Mio nonno

Post del 26 aprile 2008

Mio nonno è un giardino.
Ci passo davanti spesso
Guardo verso di lui e lo saluto.
Col frusciare degli alberi
lui ricambia a volte con vigore,
a volte con un lieve rumore di foglie
Non ho ancora capito bene se
assieme al saluto
arrivi anche un messaggio.
Io la sua voce non l'ho mai sentita
Una granata gli ha impedito
oramai troppi anni fa
di conoscermi, di insegnarmi
a camminare e a giocare.
Ma lui esiste ancora
accanto ad una quercia
che non smette di crescere.


Arturo Chiarin (Mestre 1907 - Silea, Treviso 1945).
Nato a Favaro, visse come pescatore a Favaro, a Burano (Venezia) e a Campalto. Diventò partigiano dal 1943 al 1945, quando morì in un'imboscata dell'esercito tedesco. Nel 1985 fu premiato con la Croce di merito di guerra alla memoria. Gli è stata intitolata una via a Campalto.


Pochi mesi dopo...

Siamo al 6 febbraio 2009
Ripenso a questa poesiola, scritta all'indomani del 25 aprile dopo esser andata a trovare mio nonno in cimitero. Lo faccio da anni perché anche se non l'ho mai conosciuto di persona, io lo amo. Io sono parte di lui. Mio padre, suo figlio, mi ha insegnato a rispettare tutte le idee ma a battermi, fino in fondo, per difendere le mie. E a non aver paura di combattere, se necessario, per difendere una idea. A sei anni mio padre mi aiutava a studiare e mi faceva leggere la Costituzione, spiegandomi che mio nonno era morto per difendere la libertà del suo paese e per consentire a me di vivere in pace, libertà e democrazia. Protetta dalla Costituzione.
Davanti alle parole di queste ore, davanti ai decreti legge razziali, davanti all'obbligo alla delazione, mi rendo conto che adesso sono io che devo proteggerla la Costituzione affinché lei continui a proteggere me.

giovedì 5 febbraio 2009

La solitudine del titolista

Eccolo, altro che refuso. Questa è assoluta ignoranza. Come fai a scrivere che è partita la campagna per il riciclaggio dei rifiuti? Riciclo è la parola giusta da usare. Dovrei chiamarlo Brandolini e dirglielo. Ma non lo prendo neanche in mano il telefono, per chiamare il collaboratore numero 12. Alvise Brandolini, per gli amici il "Branson", che sogna un futuro da nerista, a scriver di omicidi e rapine, e intanto mi mette virgole a pioggia e parole a caso.
Ma lo sanno i miei dodici collaboratori cosa è un dizionario? O lo hanno regalato alla San Vincenzo, destinato a scaldare i falò di qualche senza tetto? No, magari, il barbone, a differenza dei miei collaboratori, il dizionario finisce che se lo legge, se lo tiene come compagnia per le notti tristi, quando il vino non scalda e la solitudine avanza con la falcata di un esercito invasore.
Io di solitudine me ne intendo, e so che i libri sono meglio di certe amanti volubili. E mi deprime aver a che fare con tutti questi "Branson", che non sanno ancora scrivere un articolo e che manco rileggono il giorno dopo il loro lavoro pubblicato. Giovani che si sentono giornalisti d'assalto, ma ragionano a moduli. Tot moduli, tot soldi e la regola è scrivere tanto. Per guadagnare. Li capisco, io ai miei tempi prima di esser assunto al giornale ho fatto il precario per cinque anni e i soldi non mi bastavano per pagare la benzina e da mangiare e comprarmi una raffica di scarpe viste le suole che ho consumato.
Ma scrivere in un giornale non è solo un bel lavoro. E' un impegno, un miglioramento quotidiano.
E questo i miei dodici collaboratori, invece, credo non lo sappiano affatto.
Io sono un deskista, una volta si sarebbe detto il titolista. Lavoro in un giornale di provincia da 25 anni. Di fatto, non faccio più il giornalista da sei anni. Anche se i vecchi amici di un tempo, la gente che mi ha conosciuto per i miei articoli sulla malasanità negli ospedali, mi telefona ancora e qualcuno, dice, rimpiange la mia penna avvelenata. Quando esco a passeggiare nel mio giorno di riposo, in paese tutti mi salutano con la reverenza che si usa ancora in campagna a chi ha un ruolo sociale. Ma io oggi sono solo un deskista. E un ruolo sociale manco so cosa sia. Faccio titoli. "Il sindaco tal dei tali apre ai comitati anti-traffico". "Rapina vecchietta e scappa in scooter". Alla fine sono una specie di cuciniere del giornale. Passo i pezzi degli altri, li metto a misura, tolgo strafalcioni e refusi, se serve cambio attacchi indecorosi, elimino una tempesta di virgole gettate a caso e poi preparo titoli e sommari, cerco foto.
Lavoro di "cucina", altro che la caccia della notizia. Ogni tanto quando serve, mi chiedono ancora di scrivere ma finisco con il "passare" comunicati. Veline che vengono ridotte o allungate, a seconda dello spazio. E ogni giorno che passa, tutto questo diventa sempre meno divertente. Non mi innamoro più di niente. Del lavoro come delle belle donne. Tra le collaboratrici del giornale, alcune sono davvero carine. Ma sono giovani, ed io oggi solo solo un attempato deskista. Che ha perso il senso della notizia. E dell'amore.
Leggo cose che mi annoiano, figuriamoci se credo che i lettori faranno la ressa in edicola per leggere quel che scriviamo. Se mandassimo in stampa un giornale senza una parola scritta, pagine bianche che seguono pagine bianche, non farebbe differenza. E non c'è manco più il rito di inserire almeno una bella notizia al giorno. Si va a caccia dello scoop, della storia pruriginosa o sanguinolenta sperando di vendere di più. Il giorno dopo, noi e la concorrenza, scriviamo praticamente le stesse brutte storie, scritte male. Ma io ho un piccolo segreto, che mi aiuta ogni tanto a sorridere.
Un giorno ero solo con quattro pagine da disegnare e assemblare. Alla quarta pagina, un pezzo di una decina di moduli era saltato. Il buco di pagina andava coperto con altro e io non avevo niente da usare come riempitivo. Sono rimasto un'ora a cercare, tra telefonate ai collaboratori e ricerche sulle agenzie e tra le pagine web. Niente, io non vedevo una notizia che valesse la pena pubblicare. E allora, stanco e infastidito, mi è venuta l'idea: ho tirato fuori dal cassetto la raccolta di poesie di Neruda e ne ho ricopiata una. Tanto, mi sono detto, nessuno legge i giornali. La gente si ferma ai titoli, il più delle volte. E quindi nessuno si sarebbe accorto che al posto di un articolo c'era "Perché tu possa ascoltarmi". Il titolo era completamente diverso, non c'entrava niente con la poesia. "Incontri di ascolto per cittadini".
Sono andato a casa sorridendo ma poi, durante la notte, mi è venuto il rimorso. Mi sono sentito un impostore, avevo tradito la regola della notizia.
L' indomani sono arrivato in redazione, preoccupato. Temevo che i capi si sarebbero accorti della sostituzione e che il direttore mi avrebbe convocato nel giro di dieci minuti per una sonora lavata di capo. E se se la prendeva di brutto, rischiavo un richiamo scritto da parte dell'azienda.
Ho passato la giornata come se fossi in attesa di un castigo e invece nessuno mi ha convocato in direzione, nessuno mi ha detto nulla. Neanche una telefonata di protesta da parte di un lettore. La poesia era passata assolutamente inosservata.
Da quel giorno, quando ho un "buco" in una pagina, non sto neanche a preoccuparmi: apro la raccolta di Neruda e pubblico un pezzo di una sua poesia. Intera o parziale, non è importante.
Uso solo le colonne in basso, per non dare nell'occhio. Evito di farlo più di una volta ogni quindici giorni.
Ma questo, lo ammetto, è diventato il mio momento di gioia. E' un sabotaggio, quasi, ma mi piace così tanto, che la scorsa settimana ho tolto un pezzo su una sagra di paese che era una lista di date di ballo liscio, per inserirci una poesia mia. Poche righe che avevo scritto alcuni anni fa, dedicate ad una donna che ho amato e mai avuto.
Da un ripiego sono passato ad un sabotaggio lessicale premeditato, è vero. Ora vado al lavoro con un piccolo sorriso di soddisfazione. Alla mail del mio settore, che fortunatamente controllo io, arrivano alcune lettere di lettori che dicono di aver letto la poesia, che è loro piaciuta, che vorrebbero una rubrica. E chiedono ogni volta come mai mettiamo dei titoli così istituzionali e spesso per niente legati al messaggio del testo. Io le metto tutte da parte, nel mio archivio personale. E rispondo a tutti, così sono certo che non scriveranno di nuovo, magari al direttore. Spiego che si è trattato di un errore di impaginazione ma che segnalerò alla direzione l'interesse per un piccolo angolo della poesia. Insomma, vedremo cosa si può fare, gentile lettore che non sei disattento. Io ci scriverei anche : grazie di non essere una mosca bianca. Ma poi lascio perdere. Ora, comunque, una volta ogni 15 giorni sorrido alla mia scrivania. Sono un titolista ma ogni tanto, io, al posto di inutili notizie, spaccio poesia.

Being orata

L'orata è buona da mangiare, ma che vita fa? Nuota finché non finisce a sfamare gli appetiti di chi è più grande e forte di lei, sia pesce o umano, quello non è importante. Ha alternative? Una sola, nuotare più veloce degli altri. E' pure ermafrodita al concepimento e a due anni modifica il proprio sesso. Insomma mica so bene se è bello o no sentirsi una orata. Sarà che ho cucinato pesce tutta ieri, sarà che a me il pesce piace ben più della carne, sarà, sarà cosa, non lo so. Ma oggi mi sento una orata, che ha bellamente evitato di finire sulla teglia del forno con un contorno di patate ed un limone in bocca.
Ieri mi pareva di esser una seppia, perduta nelle acque scure causate dalla propria iper auto produzione di inchiostro nerissimo. Oggi, io l'orata, mi ritrovo nello stesso mare, ma almeno l'acqua è limpida. E predatori ed ami così li vedo benissimo.
Buona nuotata a tutti.

martedì 3 febbraio 2009

L'urlo nella notte

Il desiderio è come una lupa che ti vive dentro e ulula anche se stai zitta. Nessuno la sente, solo tu la percepisci, netta.
Senti quell'urlo nella notte, quella voglia che sale dalla pancia e arriva diretta alla gola e cerca strada fino alle labbra. E tu, silenziosa, la ricacci indietro con la lingua sperando che nessuno lo senta, quel vibrare interiore che è la tua voglia. Il desiderio si ammansisce, si mortifica, si scaccia, si prende a pedate, ma di notte ritorna. Perché combatte, anche contro di te. Dovresti vivere con lo schioppo puntato verso il tuo addome, per tenerla a bada. Lei vaga, guardinga, alla ricerca di un varco per uscir veloce poi nel prato ad ululare alla luna. Che splende con la sua pelle chiara e assume le sembianze del tuo desiderio, ha i suoi occhi, il suo corpo, le mani gentili. Lei la lupa sa aspettare il momento buono, non è come te che inciampi e cadi e ti rialzi e non vuoi più sentire niente. No, lei aspetta che le tue difese si abbassino, quando di notte il tuo cervello non fa più il guardiano ed esce ad urlare tutta la sua bramosia di carne, di pelle, di saliva, di umori e profumi. E non smette di ululare alla sua luna, alla sua voglia, al suo desiderio di unirsi a quel punto luminoso, così lontano, ma che vorrebbe gli si schiantasse addosso. Ogni notte.

lunedì 2 febbraio 2009

L'erba e le fragole

Guardarti correre, volevo guardarti mentre correvi, alzando le gambe in aria, saltellando in preda alla gioia. Ma quando mai hai pensato che io invece volessi infilarti un cappio al collo e farti girar in tondo come il miglior puledro dal pelo lucente, da strigliare tutte le mattine per tenerlo pulito? Non volevo tener in mano delle redini, semmai volevo correre pure io, magari mano nella mano, o in una rincorsa scatenata per veder chi arriva primo. Oppure volevo starmene seduta nell'erba a guardarti correre da solo, felice, entusiasta, con i capelli scarmigliati, la faccia arrossata. E se non tornavi dalla tua corsa mica mi sarei disperata. Non avrei armato i cavalli per darti la caccia. No, sarei rimasta distesa in mezzo all'odore dell'erba appena falciata, giocando a imprigionare un raggio di sole. E a inventar storie per addormentarmi senza aver mai la paura di morire. Serena, distesa nell'erba, a sfiorar le mie gambe aprendole al passar del sole. Perché tanto, prima o poi, senza star a lì a tener di conto le albe e i tramonti, tu saresti tornato per offrirmi un vino fermo, un sacchetto pieno di fragole, e un foglietto con la lista dei tuoi sogni realizzati.

domenica 1 febbraio 2009

La tira ossi

Zia Ester aveva un potere. Mia madre me lo diceva sempre. "Comportati bene con lei, che è una mezza strega". A guardarla , seduta nel salotto di casa, intenta a sistemarmi l'ennesimo dito gonfio dopo una partita con i ragazzi al campetto da basket, mica ci credevo tanto. Era piccolissima, la zia. Piccola come può esserlo una bambina. Ma aveva le rughe a testimoniare che gli anni per lei erano passati. Mi diceva mia madre che aveva passato gli ottant'anni. Ma a me sembrava solo una bambinetta rugosa, con gli occhi vispi. E silenziosa.
Zia Ester parlava pochissimo. Con l'uovo guariva ogni genere di dolore, contrattura, dito rovinato dai nostri giochi di bambini. La chiamavano tutti nel vicinato quando serviva una che "tirasse gli ossi".
Una sorta di fisioterapista di paese. Ma lei in più aveva una dote. Lo disse lei stessa con poche parole, un giorno che oggi sembra un secolo fa, mentre mi sistemava una caviglia gonfia come un melone. "Io sento".
Sentire, quello era il segreto del potere della Zia Ester. Mia madre, devota donna di campagna, passata non senza patemi d'animo, dalla condizione di religiosissima figlia di contadini a moglie di un comunista incallito, allergico all'incenso e a qualsiasi funzione religiosa, la definiva come una mezza strega. Non strega intera, di quelle che fanno i riti magici e ti appioppano fatture e maledizioni. Mezza, invece. Quindi una strega ma buona e innocua. Ovvero, come tentò poi di chiarirmi mio padre, una donna che sente le cose, prima che accadano e magari te lo dice pure. In realtà zia Ester non diceva proprio niente, ma sentiva e teneva per sé. Salvo uscirsene in qualche rara occasione con una affermazione che poteva spaccare in due qualsiasi umano di passaggio. Perché inattesa e imprevista. Te la ritrovavi spesso per casa, perché viveva da sola e tutti i parenti, a turno, si prodigavano per invitarla a pranzo o a cena. Era zitella, non si era mai sposata. Le cugine mi raccontarono che lei si era innamorata così tanto di un soldato, che quando lui partì per la guerra e poi non si fece più vedere, lei pianse per mesi e poi disse a sua madre che sarebbe rimasta da sola. E così fu. Non prese i voti per diventare suora, solo perché lei odiava fortemente tutti i preti. Li considerava espressione del demonio. E così diventò la "tira ossi" del paese. La pagavano poco oppure le garantivano uova, galline, musetti e quant'altro fosse prodotto nelle case di campagna della zona. E quando sua madre morì la casa restò a lei e tutti si prodigarono per garantirle un aiuto economico. Tutti in paese erano sicuri che lei fosse vergine, perché non l'avevano mai sentita parlare di sesso o uscire con un uomo. Per lei il mondo era esclusivamente al femminile. Solo donne voleva attorno a sé, gli uomini li vedeva solo se doveva curarli.
"Io sento", mi disse quel giorno la zia. Stava stendendo l'impasto d'uovo sulle bende che mi avrebbero stretto fortemente il piede gonfio. Poco prima mi aveva "tirato" i nervi, toccando le dita del piede, una ad una. Io stavo ancora bestemmiando dal male, con mia madre in sottofondo intenta a ridere e a farsi ogni tanto il segno della croce, quando zia abbassò ancora di più il tono della voce e mi disse. "Non preoccuparti, arriva". E poi aggiunse quel "Io lo sento". Io rimasi con un sorriso a metà, decisa a non mostrare quanto ero stupita da quella affermazione, che mi era arrivata addosso come un sasso lanciato dalla finestra. "Perché me lo dici, zia? E cosa arriva? ", provai a chiederle. Ma oramai lei era tornata al suo notorio silenzio, con le mani sulla mia caviglia e gli occhi fissi sul piede. Poi andandosene, tornò a sfiorarmi il viso. "Ti sembrerà che non arrivi mai, ma arriverà", tornò a dirmi, guardandomi stavolta negli occhi. Quando la zia morì, lo disse a tutti il giorno prima ma nessuno ci fece caso, perché nessuno capì quel che stava dicendo. Eravamo tutte nel soggiorno di casa sua, le avevamo portato delle uova. Lei era nervosa, quel giorno, come se la nostra visita l'avesse infastidita. Come se dovesse uscire per un impegno. Ma di casa praticamente non usciva mai. "El me ga ciamà, bisogna che vada" disse a mia madre e alle altre due zie che erano con noi. Loro non ascoltarono, io sì, invece. Avevo sentito benissimo quello che Ester aveva detto. E la zia, come se l'avesse capito al volo, girò la testa verso di me. "Digeo ti, che ti ga capìo", mi disse lentamente. Poi si avvicinò a me e mi prese la mano, accarezzandola. E mentre mamma e zie sistemavano casa, pulendo il lavello della cucina e spazzando per terra, zia Ester tornò a parlarmi. Mi fece un discorso strano, che ricordo ancora. Mi spiegò che io dovevo star tranquilla , che era vero che io sentivo, ma non come lei. Ed era una fortuna. Lei sentiva le cose, io le emozioni. Lei sentiva che gli eventi sarebbero capitati, e purtroppo sentiva, invecchiando, sempre più le sciagure e meno le felicità. Io invece sentivo gli stati d'animo e ci avrei convissuto benissimo. Bastava che parlassi poco. Poi tornò a ripetermi quella frase che era un mistero e lo è ancora oggi. "Non preoccuparti, arriva". Non so ancora chi io debba aspettare o se questo qualcosa o qualcuno è già arrivato e io non l'ho visto. Perché il mio sentire, semplicemente non esiste. Zia Ester se ne andò la mattina dopo. L'aveva uccisa nel sonno un infarto. Sul comò a fianco del letto c'era la foto del suo innamorato, il soldato sparito chissà dove. Sul tavolo della cucina trovarono il suo amato mazzo di carte, con cui giocava a scopa, ma che amava anche tenere solo tra le mani per ore, e un foglietto. C'era scritta solo una parola. "Arrivo". A voi parrà strano, ma forse io ho capito perfettamente chi l'aspettava. Ma non mi va di dirvelo. Certi appuntamenti vanno tenuti riservati.

Pensieri a calze lunghe


Quando ero bambina pensavo
che nulla poteva farmi male.
Pensavo di volare felice
a testa in giù
e di incontrare Pippi Calzelunghe
e di andar con lei sul cavallo
e di ridere e giocare, sempre.
Adesso che sono grande penso
che tutto mi può far male
ma vorrei ancora volare felice
a testa in giù
e incontrarla, finalmente, Pippi
e con lei salire sul cavallo
e ridere e giocare, sempre.
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