Fatacarabina

Fatacarabina
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mercoledì 22 aprile 2009

Aggettivi

Scostante. Mi sa che hai sbagliato a definirmi così. Se leggi sul vocabolario l'aggettivo si usa per chi è introverso. E io non lo sono, caro lei. Sull'introverso non ci siamo, eh , no.
Io ho attorno a me un sacco di gente e ci rido e faccio ridere. Forse che tu volevi usare un aggettivo diverso e ti è uscito quello? Dimmelo, caro signore.
Quando volevi ingabbiarmi in una definizione, sei incappato in quella sbagliata. Volevi definirmi come una donna priva di cordialità? Ma non ci siamo! Dai, vatti a leggere lepido. Alla elle, sì. Ecco.
Senti, lascialo aperto il vocabolario, ce lo guardiamo assieme e vedrai che alla fine la troviamo la parolina che mi ingabbia...tu che hai bisogno di paroline per definire altrimenti ti senti privo di riferimenti.
Ehi, no, mica te ne vai...adesso andiamo a cercarla la parolina.
Ecco, vediamo. Sono scontrosa? A volte ma non sempre.
Sono dura? Beh, quello solo con me.
Sono ruvida? Ma come! Vuol dire non uniforme al tatto e scusami al tatto io sono morbida e talvolta sono ruvida solo sul tallone, quando tardo l'appuntamento con la pedicure.
Scorbutica? Ma non ho malattie e soprattutto mai incappata nello scorbuto.
Non la trovi? Dai, non fare quel gnugno da bimbo insoddisfatto. E' semplice, aspetta che la trovo, ecco.
Difficile. Ovvero chi richiede un grosso sforzo per essere compreso. Ohh, ci siamo quasi.
Dentro l'aggettivo difficile mi trovo abbastanza bene.
Non basta però, mi sa, per il tuo cervellino.
Allora vediamo, sono una persona seria, sì, va bene. Ma sono amena? No, lo sarei se fossi un luogo geografico. Non si usa per le persone. Semmai si dice divertente o arguta. Per te vado oltre? Ah, dici pazza? Se intendi la malattia mentale, mica lo so se hai ragione. Se intendi che a volte me ne esco con idee che cozzano con la tua immagine di me, allora può starci ma ce ne sono tante che puoi usare, per le mie idee: balzane e bislacche mi vanno bene, dai. Hanno un bel suono.
Proseguiamo: se volevi dire che io sono seria e pure non seria, ti ascolto sì, volevi arrivare alla fine a definirmi discordante?
Ma io mica sono in opposizione al tuo pensiero per partito preso, è che se non sono d'accordo, lo dico e basta.
Dai, ti aiuto io: volevi dirmi, alla fine, che sono inconcludente.
Anche su questo posso disquisire. Se intendi che sono oziosa, questo è vero e mi pare pure di meritarlo e me ne vanto.
Se intendi che non raggiungo il mio scopo, non so che dirti. E' vero tu mi conosci da secoli e io sono stata ai tuoi occhi tante cose: giocatrice di basket, poi arbitro, e ancora suonatrice di sassofono, studentessa di liceo prima e di scienze politiche poi, raccoglitrice di pomodori estivi, segretaria di un circolo della Fgci, fidanzata per bene. E di nuovo studentessa universitaria e poi aspirante moglie e madre.
Di quei momenti mi resta solo il ricordo, oggi, è vero, hai ragione tu. Risultati? Tu non li vedi. Successo? Non so che dirti.
Ma darmi della inconcludente, mi pare eccessivo. Per te non ho portato avanti alcun scopo. Boh, erano esperienze, utilissime. Mica dovevo andar in giro con le medaglie...
Ah, tu avresti preferito... capisco.
E' tardi, scusami, ora devo andare.
Ti lascio il vocabolario, così finisci di definirmi per bene.
Io ho meglio da fare.
Cosa? Vivere, per esempio.

lunedì 23 marzo 2009

W la campagna

Far la contadina è bello...Stai all'aria aperta, a contatto con la terra. Ne senti il profumo che ti arriva diritto nel cervello, e zappi e profumi e pensi che fai bene, che qui nascerà un orto per te e gli amici e sarà una soddisfazione pazzesca mangiar poi tutti assieme le zucchine, i fagioli, le tegoline, i pomodori che ti piacciono tanto. Che sarai orgogliosa che quel bendiddio lo hai curato tu, dopo tanto zappare e togliere sassi e erbe matte che crescono selvagge, e che sei stata brava a farla diritta la fossetta e che, insomma, nelle tue vene scorre sangue contadino e si vede che non hai mica paura, tu, di sporcarti le mani e di indossare i jeanz da lavoro...Pensi anche che dopo la fatica arriva la siesta e ti stendi sull'erba con un bicchiere di vino e senti l'odore della terra e dici, sì, te lo dici, dopo tanto zappare faresti pure altro...che in campagna non viene mica male.

Poi otto ore dopo, ti svegli nel tuo appartamento , mica in mezzo all'erba, con la certezza che il maledetto Suv del vicino, quello che le verdure le compra solo al supermercato e tutte rigorosamente fuori stagione, sia passato sul tuo letto, quello dove hai dormito tu, una decina di volte in retromarcia. E scopri di aver muscoli che non sapevi, perché in ogni punto senti male, e hai una faccia da procione pazzo, e godi in doccia nel mandar via l'odore di terra...che non va via con un solo risciacquo.
E ti chiedi come cavolo fanno i contadini e se tu non sei l'ennesima sborona che fa l'orto solo perché fa figo e che è molto meno doloroso andar dal verduraio e dire buongiorno, un chilo di tegoline, invece di presentarti in ufficio come l'ennesima reduce di una splendida giornata in campagna...

domenica 22 marzo 2009

Aver radici è profumar di terra

Stesa sull'erba a guardare il sole, con il cappuccio della felpa alzato, a proteggermi i capelli, ho avuto voglia di radici. In mezzo all'erba mi sento bene, dopo aver lavorato di vanga e rastrello per zappare la terra e prepararla ad ospitare il nostro orto amicale. E visto che lo zappare mette sete e l'acqua è un bene prezioso, ci si trastulla con il vino. Che porta sempre alla terra e io, qui stesa sull'erba a guardare il sole, ho voglia di radici. Ma non voglio quelle dell'erbetta, che strappi via quando cresce selvaggia. Voglio esser come la vite che seppur grinzosa, cavoli, è di una bellezza che fa spavento, con i suoi grappoli rotondi e gonfi e la sua voglia di espandersi. E se li cogli i grappoli, lei se la ride. E se quei grappoli, li trasformi in vino, lei se la gode.
E io nell'erba sento che sono come la vigna, che se la ride e se la gode. E i capelli voglion andare fino a terra, tuffarsi dentro e diventar radici e intrappolarmi lì, davanti al raggio di sole, che mi solletica la faccia e se ne frega se io ho gli occhi che bruciano al suo sguardo. E sento che profumo di terra e sento che mi piace. E le sento, le radici, soffici e profumate espandersi sotto di me. E mi rilasso, avevo voglia di radici e adesso so che le ho.

martedì 17 marzo 2009

Dialoghi impossibili ( mica tanto)

C: Senti, te lo ripeto. Io decido. Tu te ne stai buonina, capito?
F: No, rivendico il diritto di pensare ed agire come meglio mi piace.
C: Anche boriosa mi sei diventata. Che cavolo vuoi pensare tu...tu sei solo azione senza pensiero.
F: Sei sempre il solito, vuoi comandarmi.
C: Ma poi, come ti è venuta in mente sta cosa? Che ci fai tu con un cervello. Sei solo oscurità e umidità.
F: Beh, parla il figo. Sono più bella di te. Facciamo a gara?
C: Lasciamo perdere, non ci arrivi. Non vai oltre gli stimoli. Sei come un insetto che saltella per la scarica elettrica. Reagisci alla cazzo.
F: Sì, appunto...
C: Vabbè...
F: Paragone azzeccato. Chapeau.
C: E' che ogni volta che io mi addormento un attimo, tu sei là pronta a far quello che ti pare. Se io dico di no, è no. Non si va a far cavolate in giro in mia assenza.
F: Me la rido, tu c'eri...solo che mi hai lasciato fare. Perché ti andava bene. Siamo complici, non avversari. Te lo sei dimenticato?
C: Tu prendi il sopravvento quando io ho lavorato troppo e sono stanco.
F: E io sono quella che ti regala le soddisfazioni migliori. Sono quella che ti fa divertire. Se senti è grazie a me.
C: Non esageriamo, altrimenti io che ci starei a fare? Mica siamo conigli. Ma non puoi sempre essere tutta istinto. Ci sono regole, cose che è meglio non fare.
F: Non credere. Per fortuna che ci sono, altrimenti saresti lì fermo, a crogiolarti nei tuoi pensieri. Parli così solo perché ti senti usurpato.
C: Cerchiamo un compromesso, sono stanco di correrti dietro per rallentarti.
F: Un compromesso? Lasciami correre.
C: Sei una vecchia anarchica.
F: E tu un vecchio comunista.
F: Andavamo d'accordo...
C: Sì, è vero. Ce la siamo spassata assieme.
F: Se non abbiamo ancora divorziato ci sarà un perché, no?
C: La verità è che senza ti te non mi diverto...
F: Idem. La cosa è reciproca.

venerdì 13 marzo 2009

Il sottoportico delle gomme

C'è un sottoportico a Venezia dove la volta è piena di gomme da masticare, lasciate lì da chi è passato negli anni. Ci cammini sotto e le vedi, le cicche. Gomme alla menta, alla fragola, per denti bianchi o succose che ci hai fatto i palloni con la bocca per mezz'ora.
Mi è tornato in mente mentre mi chiedevo se esiste un paradiso non solo per i calzini spaiati ma anche per gli affetti andati a male, quelli che sono inciampati nelle incomprensioni o nell'indifferenza. I ti voglio bene e i ti amo che si sono nascosti troppo e sono rimasti soli. O quelli che hanno urlato di gioia ma hanno avuto a che fare con i sordi. E poi gli affetti che, come le gomme da masticare, li mastichi finché sono dolci e poi li attacchi al soffitto e te ne vai quando ti lasciano in bocca il gusto della gomma. Ci vorrebbe un sottoportico anche per loro, passi e lasci l'affetto orfano, integro o mangiucchiato che sia, attaccato alla volta. Almeno tutti assieme, si sentirebbero meno inutili

giovedì 12 marzo 2009

Arigatò

A me la cucina etnica piace assai. E così ieri sera sono stata al ristorante giapponese con i miei amici. E' nuovo, ha appena aperto nella mia città. Da giorni si parlava di farci un salto.
Entriamo e salutiamo a modo, per far capire che non siamo affatto gente che non rispetta le tradizioni altrui.
Salutiamo con un Arigatò, ma stranamente non otteniamo risposta da cuochi e camerieri. Ci sediamo, aspettiamo la cameriera, e quando arriva, beh, diciamo di nuovo Arigatò. Non si sa mai non abbiano sentito. E lei ci guarda stupita. E allora chiediamo: ma non siete giapponesi? No, siamo cinesi, solo il cuoco è giapponese , risponde lei. E ride.
E poi, comunque, continua lei, in un perfetto italiano, vivo in Italia da così tanto tempo che va benissimo il Ciao.
E a me è venuto da ridere se penso che quel Ciao, oramai lo usano in tutto il mondo per salutarti, con pronunce diverse ma con lo stesso significato. E invece, anche nella mia città, c' è chi ha ancora paura ad usarlo questo saluto oramai internazionale per non confrontarsi con chi arriva da paesi lontani. Poi mi sono ricordata che il Ciao nasce dalla lingua veneziana e pure wikipedia lo conferma ( http://it.wikipedia.org/wiki/Ciao) e che stava a significare "Servo vostro", che è il massimo dell'espressione di accoglienza. E invece in Italia l'accoglienza oggi la vogliono solo far far rima con Cpt, che proprio non ci sta. O no?

mercoledì 11 marzo 2009

Mai saltar un passaggio

Stanotte ho sognato. Era uno di quei sogni tutti colorati, in cui senti anche gli odori perfettamente, in cui partecipi attivamente. Suonavano alla mia porta e io mi alzavo, tutta arruffata, dentro al mio strepitoso nuovo completino intimo, e andavo, assonnata, a vedere chi era. Ed era un uomo, e chiedeva di salire. Un nome che avevo sentito e la sorpresa dell'arrivo inatteso mi ha reso elettrica. E allora io correvo a metter il mio strepitoso kimono, sistemavo i capelli in velocità per togliere il nido di rondini, lisciavo la pelle del viso, e a piedi nudi correvo ad aprire, preparandomi all'inatteso incontro con il migliore dei sorrisi stampato sulle labbra. E lui saliva le scale e mi fissava orgoglioso.
Poi un rumore mi ha svegliato, era il campanello di casa. E sono corsa, senza pensarci, ad indossare il kimono, a sistemarmi i capelli, e poi ad aprir la porta, senza prima sincerarmi di chi fosse a suonare ( ma cavoli, nel sogno lo sapevo già, quindi...) attendendo questo splendido essere inatteso e ignoto, con un sorriso che da solo faceva primavera. Mi vedevo attorno i fiori sbocciare e chinar il capo, in omaggio a cotanta baldanza mattutina.
Quando l'ufficiale giudiziario è venuto su per le scale per consegnarmi l'atto di citazione, e mi ha fissato, con uno sguardo da branzino al sale, mi sono accorta di aver saltato un passaggio fondamentale.
Unica consolazione, mi ha detto che gli sembravo la Wanda sulla scala intenta a spargere baci e sorrisi.

venerdì 6 marzo 2009

Sentirsi piccoli

Un sogno.
Ho in mano una conchiglia. Dentro ci leggo solo due parole, mi manchi.
Ora che la porta non è più socchiusa ma sbarrata da una serratura anti-scasso, io sento che non ci arrivo alla maniglia per tirarmi su , con le corde, e tentar di bussare. Sarebbe opera vana e maleducata. E allora da questa altezza lillipuziana resto a guardare la mia conchiglia, un pezzo raro, tra i migliori della mia collezione, e quelle due parole scolpite nella madreperla racchiudono il tuo valore e il mio bene. Entrambi splendono sotto i raggi di questo pallido sole. E la conchiglia me la porto sempre dietro, come la coperta di Linus. Mi rischiara certe notti buie al pari delle tue parole, che ora sono mute davanti ai miei insolenti entusiasmi lillipuziani, ma che, non te l'ho mai detto o forse l'ho detto sempre male, avevano il pregio di farmi sentire capita.

giovedì 5 marzo 2009

Stalattite

Vorrei strapparlo questo cerotto che mi chiude la bocca, ma non ho la forza. Reagire vorrebbe dire combattere e dentro questo bicchiere di vetro capovolto in cui sono finita con il cervello e le braccia, non c'è spazio manco per muoversi e produrre una lieve brezza sulla pelle che tolga l'appiccicaticcio del contatto forzato, figuriamoci per alzar la mano e chiedere la parola. E le lettere dell'alfabeto mi escono dal cervello confuse e arrivano alla bocca chiusa da questo cerotto teso e solleticano il naso, troppo impegnato a respirare, e sbattono così contro il freddo del vetro, congelandosi, e poi rimbalzano giù , davanti ai miei piedi. Ed è fatica inutile, raccoglierle e ricomporle le parole che volevo dire per evitare di vederti comperare quel biglietto aereo che ti porterà lontano. Che lo so, amica mia, che tu pronunci la parola arrivederci e invece io, davanti a questo alfabeto confuso che ho ai piedi, compongo con gli occhi solo la parola addio.
Che lo so, che l'amore che ti ha tradito ti ha seccato e ti è rimasto dentro un deserto che nessuna donna può trasformare in un fiume. Che lo so, che a volte si sta vicini solo per non sentir l'eco del proprio ego solitario.
E allora, non resta che respirare, lentamente, spingendo l'aria dentro le narici, facendola salire a forza per cavità e fosse, lanciata diritta come una freccia dentro il cervello. E concentro in questo gesto doloroso la forza che mi resta anche se ho paura che se la mia testa tocca, per lo sforzo, la parete del bicchiere, risento tutto il male del tuo saluto, di un abbraccio senza calore di chi parte e non si lascia niente dietro perché niente ha avuto consistenza, e spero allora che con il rinculo arrivi il gelo in fretta, che tutto raffreddi, che il dolore si congeli, intrappolando risate, emozioni, ricordi in una stalattite che puoi staccare e gettare nel bidone della spazzatura, prima di salire quella scaletta e scomparire alla mia vista.

mercoledì 4 marzo 2009

Le mie mani su di te

Le mie mani, su di te, le poserei a lungo, con pazienza. Per scoprire gli incavi nascosti, imparare la strada e non dimenticarla, per sentirti sorridere al buio delle mie ricerche e dei trabocchetti sotto pelle che hai preparato per mettermi in difficoltà e incitarmi alla scoperta, senza lampada ad olio ad illuminarmi la via più facile.
Le mie mani, su di te, le poserei dolcemente, senza aggredire, scivolando sul velluto del suo sentire e poi, spossata, mi lascerei percorrere come una strada, per vedere quanto sei bravo a scovarmi un infinito dentro in cui puoi perderti a tuo piacimento, in silenzio. Che alle mie mani non devi dire, né indicare, né suggerire e io alle tue lascerei la libertà di inventare.
Devi solo intrecciar le tue dita con le mie e lasciar che la radice si formi, cerchi la via verso la terra, si dilati, pompando la linfa e la lasci scorrere e , in questo fluire, le parole escono senza il bisogno di dirle. E il fiato ci servirebbe solo a respirare e ne uscirebbero comunque inattese tonalità e punteggiature nuove.
Potremmo lasciarle scivolare, tra le nostre dita, queste parole nuove; potremmo divertirci a lanciarle in aria tanta è la loro leggerezza e poi potremmo farle cadere, racchiuse una ad una in una goccia, sull'ombelico per giocare a farle correre, come si faceva in spiaggia con le biglie da bambini, formando i percorsi che vogliono lungo il petto e le gambe. Io potrei rincorrere le tue, imparando a starti dietro; tu potresti assaggiare le mie, scaldarle tra le mani fino a fonderle e farci quel che vuoi. Potresti passarmi attraverso e andar oltre, lasciandomi con una scottatura che pulsa ogni volta che mi torni in mente.

martedì 3 marzo 2009

Togliti le scarpe

Lo zerbino è la prima cosa che vedi quando arrivi in una casa. A volte ti fermi lì, perché la porta non si apre.
Altre volte, lo scavalchi per entrare, ma difficilmente ti accorgi dell'esistenza di quell'oggetto che non è solo il punto di appoggio delle tue scarpe, ma il primo cenno dell'accoglienza che ti sarà offerta. C'è chi preferisce quello con la scritta "Welcome" per enfatizzare il benvenuto e chi lo sceglie grigio, così le macchie lasciate dalle scarpe di chi lo calpesta non si notano più di tanto.
Lo zerbino è un cenno evidente di accoglienza ma nessuno lo nota. Neanche fosse rosso fuoco, nessuno si fermerebbe a dire che hai messo un bel tappetino, seppur ruvido, davanti alla tua porta , rendendo così la tua casa ancora più accogliente e calda. Anzi, a volte nella vita capita che ti senti proprio tu quello zerbino che hai messo alla porta e che nessuno nota. Specie quando pensi di esser capace di regalare un sorriso o un abbraccio a qualcuno che manco si accorge che sei un essere dotato di bocca e di braccia. Semplicemente per qualcuno tu non esisti e anche se ti sbracci per farti notare, finisce che invece di volar in alto, a far giravolte di gioia, ti ritrovi stesa a terra, dello spessore del tuo inutile zerbino di lana e cotone, color rosso fuoco, che a te faceva tanta simpatia quando lo hai comperato, e che ora ti appare come una merda rossastra che allontana, invece di avvicinare. E speri solo che
chi arriva, non vedendoti, e ti calpesta, la tolga almeno la scarpa infangata prima di lasciar l'impronta in negativo sul tuo cervello appiattito.

lunedì 16 febbraio 2009

Oro y sangre

Oro e sangue. Desiderio e violenza. Allegria e poverta'. Quanti controsensi intorno a me. Quanti dentro di me in questa notte colombiana. Vorrei restare a lungo per capire questa citta' doppia, fatta di oro e sangue. Vorrei restare per capirmi, esplorarmi dentro per legger il mio destino in queste viscere che ballano quando mi passa un nome in testa che dovrei solo dimenticare e che mi trasformano in chica dagli occhi di brace quando nei miei sogni arriva quel signore. Tra le sue braccia resterei a lungo a respirar veloce. Mi sento doppia in una citta' doppia. Mezza penitente e un pochino puttana a passeggio in una citta' di sangue e oro.

giovedì 12 febbraio 2009

Tre chitarre

Le serate perfette. Quelle che partono che non sai come andranno a finire, e poi ti stupiscono per la piega che prendono. Che è spesso quella di cui avevi bisogno e manco sapevi che ti serviva. Baccalà, frittura, pinot grigio, il caffè di Eddy, le ciacole sul mangiar bene, le sigarette Pueblo da provare che sono senza additivi, la marsala e le meringhe alla liquerizia che ti sciolgono dentro e ti fan venir voglia di far l'amore. Ma è il momento delle risate, delle battute sul ristorante giapponese dove si mangiano attributi sessuali, e il vicino di tavolo, che mangia solo ed ha come compagnia solo il cellulare, alla fine si stanca e se ne va. Infastidito da troppa baldanza. Noi lì si starebbe ore a contarsela, a parlar di miele e vino buono, ma poi arriva la stanchezza dell'oste che conta quattro volte i soldi del conto. Lui è stanco, ma gentile, dice che è colpa mia, che lo guardo e lo emoziono. Sa far bene il suo lavoro, non c'è dubbio. E sa perfettamente che torneremo. Non è finita, non si va a casa. Siamo dei professionisti, ce lo dice lui che lo sa come siamo. E allora, visto che lo sa e lo dice, ci si sposta più volentieri. Di poche centinaia di metri. Interno birreria.
Tre chitarre che spuntano non sai neanche da dove. Quattro birre al profumo di "maria" e geranio da smezzare con gli amici. Sai bene da dove arrivano, sei lì per loro. Rock anni sessanta e settanta di qualità. Sgabelli e bagigi. E tu che ti rilassi e canti, anche se le parole in inglese non te le ricordi tutte. E poi il bancone che diventa il bar del porto, dove la gente passa, saluta , si racconta e va. C'è un sessantenne Elvis che colleziona musica, ha 1400 cd e dischi in vinile, e la musica è la sua vita, dice , ma lui non sa suonare forse neanche il campanello di casa a tempo. C'è il capelluto ragazzone che tra poche ore parte per la Polinesia per gestire un impianto ittico e si ubriaca con gli amici, che lo invidiano un pochino e vorrebbero andarsene come lui. Ma loro qui hanno figli, mica donne, ti dicono proprio io non parto per mio figlio, mentre lui, il capelluto, sorride e ti dice che qui non ha niente, se non i quattro fratelli, pure loro girovaghi, e allora si è licenziato e parte. Perché pescare è tutta la sua vita. E' la sua passione, mi racconta. C'è il ragazzo del Petrolchimico, che invidia l'amico, ma sorride e ti chiede di dove sei e si commuove quando si parla del vecchio cinema di Marghera, il Paradiso. Io ci abitavo davanti , lui nello stabile vicino. Ovviamente, non ci eravamo mai visti prima. Lì sai, mi racconta, ho dato il mio primo bacio ed ora non c'è più. E le tre chitarre vanno avanti, scatenate.

mercoledì 11 febbraio 2009

Il sale

Le lacrime sono come il sale, scottano sulla ferita del cuore spaccato in due. Non c'è rimedio agli errori, la buona fede non preserva e non assolve e chi è senza Dio non ha neanche l'ausilio della fede per cercar conforto. Agli errori non c'è rimedio, non c'è salvezza, resta il sangue della ferita, che a un certo punto neanche più tamponi, tanto male fa la scottatura delle lacrime salate che lasci sulla carne viva. E il dolore è così forte che speri che ne arrivi uno di grado superiore ad alleviarlo, annullando il sentire nello spasimo estremo del laceramento. Ti aspetti la bestia , che arrivi a punirti, maciullandoti le carni con cattiveria. Perché ti aspetti quello, un estremo male che annulli il dolore costante, che ti faccia cacciar un urlo e svenire, mentre lui ti scarnifica. Hai tradito, hai deluso, hai rovinato. Solo chi crede attende una prova d'appello. Chi non ha questo appiglio, sa di precipitar nel vuoto e sbattendo sulle rocce sa che si farà molto male ma sarà il pianto a ridurlo ad invocare un male superiore, che cancelli quel dolore. E attende, senza pace, quel che non arriverà. Perché se non credi né a Dio né alla bestia, sei solo fottuto, costretto a convivere con i tuoi errori, con quello squarcio aperto che ogni volta che piangi, sanguina di più anziché cicatrizzarsi.

martedì 3 febbraio 2009

L'urlo nella notte

Il desiderio è come una lupa che ti vive dentro e ulula anche se stai zitta. Nessuno la sente, solo tu la percepisci, netta.
Senti quell'urlo nella notte, quella voglia che sale dalla pancia e arriva diretta alla gola e cerca strada fino alle labbra. E tu, silenziosa, la ricacci indietro con la lingua sperando che nessuno lo senta, quel vibrare interiore che è la tua voglia. Il desiderio si ammansisce, si mortifica, si scaccia, si prende a pedate, ma di notte ritorna. Perché combatte, anche contro di te. Dovresti vivere con lo schioppo puntato verso il tuo addome, per tenerla a bada. Lei vaga, guardinga, alla ricerca di un varco per uscir veloce poi nel prato ad ululare alla luna. Che splende con la sua pelle chiara e assume le sembianze del tuo desiderio, ha i suoi occhi, il suo corpo, le mani gentili. Lei la lupa sa aspettare il momento buono, non è come te che inciampi e cadi e ti rialzi e non vuoi più sentire niente. No, lei aspetta che le tue difese si abbassino, quando di notte il tuo cervello non fa più il guardiano ed esce ad urlare tutta la sua bramosia di carne, di pelle, di saliva, di umori e profumi. E non smette di ululare alla sua luna, alla sua voglia, al suo desiderio di unirsi a quel punto luminoso, così lontano, ma che vorrebbe gli si schiantasse addosso. Ogni notte.

lunedì 2 febbraio 2009

L'erba e le fragole

Guardarti correre, volevo guardarti mentre correvi, alzando le gambe in aria, saltellando in preda alla gioia. Ma quando mai hai pensato che io invece volessi infilarti un cappio al collo e farti girar in tondo come il miglior puledro dal pelo lucente, da strigliare tutte le mattine per tenerlo pulito? Non volevo tener in mano delle redini, semmai volevo correre pure io, magari mano nella mano, o in una rincorsa scatenata per veder chi arriva primo. Oppure volevo starmene seduta nell'erba a guardarti correre da solo, felice, entusiasta, con i capelli scarmigliati, la faccia arrossata. E se non tornavi dalla tua corsa mica mi sarei disperata. Non avrei armato i cavalli per darti la caccia. No, sarei rimasta distesa in mezzo all'odore dell'erba appena falciata, giocando a imprigionare un raggio di sole. E a inventar storie per addormentarmi senza aver mai la paura di morire. Serena, distesa nell'erba, a sfiorar le mie gambe aprendole al passar del sole. Perché tanto, prima o poi, senza star a lì a tener di conto le albe e i tramonti, tu saresti tornato per offrirmi un vino fermo, un sacchetto pieno di fragole, e un foglietto con la lista dei tuoi sogni realizzati.

venerdì 30 gennaio 2009

Stati febbrili

La febbre arriva raramente ma quando si impossessa di me mi trasforma nell'essere più docile che ci sia. Ho la faccia che scotta, il sudore mi scivola lieve sul seno e mi rende mansueta. Mi ci vorrebbe quell'abbraccio che sapeva darmi mio padre, quando ero piccola e solo lui sapeva farmi addormentare, in preda alla febbre, facendomi accoccolare a cavalcioni del suo braccio. Mi sentivo protetta, allora. Gli anni sono passati e la febbre, sempre più rara, è tornata comunque a rendermi docile. E c'erano altre braccia a coccolarmi ma a volte le coccole non sono gli abbracci, veri e spontanei. A volte quelle si danno su comando per non infastidire. L'ho imparato come ora imparo a star con la febbre da sola, io e lei, a farci compagnia. Oggi ho detto ti voglio bene a gratis e ho formato una statua di ghiaccio, che mi sarebbe piaciuto metter in giardino per ricordarmi questo giorno. E' giusto che io produca anche ghiaccio, come è giusto che la febbre me la gestisca anche da sola senza accontentarmi di finte coccole. Io e lei abbiamo molte cose da dirci, stanotte.

giovedì 29 gennaio 2009

Mosche e serpenti

Tutto bene? Sì, anzi no, che non va bene. Qua si fa finta, ci si autoconvince che tutto giri perfettamente, come un ingranaggio oliato al punto giusto, senza intoppi e senza arranchi. Non va bene, ma mica si può mostrare questo vuoto che hai al posto dello stomaco. Che hai paura che se uno ci guarda attraverso quel buco chissà cosa pensa poi. E se il buco si forma solo perché non arriva un cenno di pace, che riprenda un filo che non volevi spezzare e che invece hai rotto tu, mica puoi star tanto là a dire che non volevi. Non hai uno straccio di scusa.
Quando ti spogli, il buco tu lo vedi, è sempre là dove lo hai lasciato la mattina. Ci passi comodamente il braccio attraverso. Solo che dall'altra parte non c'è una mano che ti aiuti a riempir il foro di malta calda. Dall'altra parte c'è il silenzio prodotto dai passi falsi. I tuoi. Il gradino l'avevi visto, avevi pure preso le misure, poi nella foga sei inciampato e sei volato diritto contro la specchiera, e il cristallo è caduto spaccandosi in mille pezzetti. Avresti voluto passar cento giorni a ricostruirlo, il cristallo, usando una colla gentile ma i vetri rotti ti sono stati tolti di mano. E tu sai che l'aver sbagliato il passo, anche se in buona fede, mica ti assolve. Solo i preti assolvono in fretta, le persone possono benissimo decidere di non farlo, di non perdonare il serpente che è uscito da te. E con un pugno di mosche in mano, e la biscia nel cuore, ha ora due possibilità: o sfami il rettile con le tue mosche o lo lasci morire di fame, sperando che di notte non ti prenda le misure per poi trasformare te nel suo pasto. Devi scegliere ed ammettere di esser incapace di dimostrare che non volevi diventare il padrone assoluto ma ti sarebbe piaciuto solo gioire nel partecipare. Se lo dici non conta nulla, le tue parole sono quelle mosche che hai in mano e dentro quel buco, oggi, c'è solo il silenzio di orecchie sorde e di lettere afone. E ti copri con un carico di maglioni, chiudi le mosche in un vasetto con il tappo areato e il serpente lo scacci a pedate.
Quindi, riformula la domanda per cortesia. Tutto bene? No, ma facciamo che è sì.

domenica 25 gennaio 2009

Le mie tasche

Ho le tasche che pesano. Sono piene di sassetti. Alcuni sono verdi come l'acqua del fiume e brillano come solo la soddisfazione può illuminare. Altri sono scuri, quasi neri, detriti degli errori che finisci con il commettere, per scelta o per paura, per incapacità di capire. Svuoto le tasche, conto i sassetti, li divido per colore. Ma non butto quelli neri, e neanche sto a calcolare se sono di più di quelli verdi. Metto in fila i sassolini, ci gioco e compongo un mandala nero e verde. Anche il mio cervello oggi è nero e verde.
Vorrei avere anche io un mandala dentro la testa e non un sacchetto pieno di sassolini, buttati alla rinfusa. Vorrei aver chiaro perché a volte ho la capacità di apparire insensibile, quando invece non lo sono mai.
Vorrei aver chiaro perché a volte chiedo abbracci e ottengo invece schiaffi.
Vorrei aver chiaro perché a volte se parlo finisco con l'infastidire.
Vorrei aver chiaro perché a volte credo di regalare gioia e invece produco solo sterco.
Qualcuno potrebbe dirmi che dalla merda nascono fiori bellissimi. E io invece oggi con questo sacco di letame potrei solo costruire una diga per arginare le emozioni. Ed evitare così che mi inondino.
Sarebbe la via più breve. La ferita che mi sono procurata nell'ultima nuotata nel torrente mi ha lasciato un livido doloroso.
Ma nel facile non è detto che ci sia il giusto e non ho voglia di barriere costruite solo per non vivere come voglio.
La diga non è un mandala. La diga è una barriera e basta, il mandala invece è fantasia della creazione, arte della mediazione.
E allora non li tocco questi sassi neri e questo cumulo di stallatico mentale. Li lascio nelle mie tasche, in un punto preciso del cervello, mescolati ai ciottoli verdi di quello che come donna e persona in questi anni sono riuscita a realizzare, trasmettere, regalare, donare.
Un giorno un mandala prenderà forma da questa confusione.

venerdì 9 gennaio 2009

I gusti che cerchi

Il sapore non è lo stesso. Ma ci provi a cercare un sapore diverso che ti faccia dimenticare quello che volevi e che non fanno più. Vai in pasticceria e sai che non c'è. E allora ti lasci tentare da un gusto diverso, sperando che riproduca quell'equazione netta che va dal neurone all'ombelico, solleticando l'interno della coscia. Ma quel che assaggi, anche se si impegna ad arrivare diritto alle tue papille gustative, sa di polvere, che fatichi a respirare. Anche se è lì in vetrina da settimane ad aspettare il tuo cucchiaino, non riproduce l'effetto vellutato di un fondente che assaggi a sorpresa. E anche se sicuramente non gli mancheranno qualità, la tua bocca finisce con il desiderare non la polvere ma il velluto che scivola, accarezza il neurone, solletica l'ombelico, fa vibrare l'interno coscia. Il desiderio non è un surrogato, è voglia vera senza domani, calata nell'adesso. La necessità di un sapore che non fanno più.
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