A me la cucina etnica piace assai. E così ieri sera sono stata al ristorante giapponese con i miei amici. E' nuovo, ha appena aperto nella mia città. Da giorni si parlava di farci un salto.
Entriamo e salutiamo a modo, per far capire che non siamo affatto gente che non rispetta le tradizioni altrui.
Salutiamo con un Arigatò, ma stranamente non otteniamo risposta da cuochi e camerieri. Ci sediamo, aspettiamo la cameriera, e quando arriva, beh, diciamo di nuovo Arigatò. Non si sa mai non abbiano sentito. E lei ci guarda stupita. E allora chiediamo: ma non siete giapponesi? No, siamo cinesi, solo il cuoco è giapponese , risponde lei. E ride.
E poi, comunque, continua lei, in un perfetto italiano, vivo in Italia da così tanto tempo che va benissimo il Ciao.
E a me è venuto da ridere se penso che quel Ciao, oramai lo usano in tutto il mondo per salutarti, con pronunce diverse ma con lo stesso significato. E invece, anche nella mia città, c' è chi ha ancora paura ad usarlo questo saluto oramai internazionale per non confrontarsi con chi arriva da paesi lontani. Poi mi sono ricordata che il Ciao nasce dalla lingua veneziana e pure wikipedia lo conferma ( http://it.wikipedia.org/wiki/Ciao) e che stava a significare "Servo vostro", che è il massimo dell'espressione di accoglienza. E invece in Italia l'accoglienza oggi la vogliono solo far far rima con Cpt, che proprio non ci sta. O no?
"È vero, zio Stojil, ho visto una fata che ha trasformato un tizio in fiore." "Meglio così che il contrario," risponde Stojil senza togliere gli occhi dalla scacchiera. "Perché?" "Perché il giorno in cui le fate trasformeranno i fiori in tizi, la campagna diventerà infrequentabile."
Fatacarabina
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giovedì 12 marzo 2009
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