Eccolo, altro che refuso. Questa è assoluta ignoranza. Come fai a scrivere che è partita la campagna per il riciclaggio dei rifiuti? Riciclo è la parola giusta da usare. Dovrei chiamarlo Brandolini e dirglielo. Ma non lo prendo neanche in mano il telefono, per chiamare il collaboratore numero 12. Alvise Brandolini, per gli amici il "Branson", che sogna un futuro da nerista, a scriver di omicidi e rapine, e intanto mi mette virgole a pioggia e parole a caso.
Ma lo sanno i miei dodici collaboratori cosa è un dizionario? O lo hanno regalato alla San Vincenzo, destinato a scaldare i falò di qualche senza tetto? No, magari, il barbone, a differenza dei miei collaboratori, il dizionario finisce che se lo legge, se lo tiene come compagnia per le notti tristi, quando il vino non scalda e la solitudine avanza con la falcata di un esercito invasore.
Io di solitudine me ne intendo, e so che i libri sono meglio di certe amanti volubili. E mi deprime aver a che fare con tutti questi "Branson", che non sanno ancora scrivere un articolo e che manco rileggono il giorno dopo il loro lavoro pubblicato. Giovani che si sentono giornalisti d'assalto, ma ragionano a moduli. Tot moduli, tot soldi e la regola è scrivere tanto. Per guadagnare. Li capisco, io ai miei tempi prima di esser assunto al giornale ho fatto il precario per cinque anni e i soldi non mi bastavano per pagare la benzina e da mangiare e comprarmi una raffica di scarpe viste le suole che ho consumato.
Ma scrivere in un giornale non è solo un bel lavoro. E' un impegno, un miglioramento quotidiano.
E questo i miei dodici collaboratori, invece, credo non lo sappiano affatto.
Io sono un deskista, una volta si sarebbe detto il titolista. Lavoro in un giornale di provincia da 25 anni. Di fatto, non faccio più il giornalista da sei anni. Anche se i vecchi amici di un tempo, la gente che mi ha conosciuto per i miei articoli sulla malasanità negli ospedali, mi telefona ancora e qualcuno, dice, rimpiange la mia penna avvelenata. Quando esco a passeggiare nel mio giorno di riposo, in paese tutti mi salutano con la reverenza che si usa ancora in campagna a chi ha un ruolo sociale. Ma io oggi sono solo un deskista. E un ruolo sociale manco so cosa sia. Faccio titoli. "Il sindaco tal dei tali apre ai comitati anti-traffico". "Rapina vecchietta e scappa in scooter". Alla fine sono una specie di cuciniere del giornale. Passo i pezzi degli altri, li metto a misura, tolgo strafalcioni e refusi, se serve cambio attacchi indecorosi, elimino una tempesta di virgole gettate a caso e poi preparo titoli e sommari, cerco foto.
Lavoro di "cucina", altro che la caccia della notizia. Ogni tanto quando serve, mi chiedono ancora di scrivere ma finisco con il "passare" comunicati. Veline che vengono ridotte o allungate, a seconda dello spazio. E ogni giorno che passa, tutto questo diventa sempre meno divertente. Non mi innamoro più di niente. Del lavoro come delle belle donne. Tra le collaboratrici del giornale, alcune sono davvero carine. Ma sono giovani, ed io oggi solo solo un attempato deskista. Che ha perso il senso della notizia. E dell'amore.
Leggo cose che mi annoiano, figuriamoci se credo che i lettori faranno la ressa in edicola per leggere quel che scriviamo. Se mandassimo in stampa un giornale senza una parola scritta, pagine bianche che seguono pagine bianche, non farebbe differenza. E non c'è manco più il rito di inserire almeno una bella notizia al giorno. Si va a caccia dello scoop, della storia pruriginosa o sanguinolenta sperando di vendere di più. Il giorno dopo, noi e la concorrenza, scriviamo praticamente le stesse brutte storie, scritte male. Ma io ho un piccolo segreto, che mi aiuta ogni tanto a sorridere.
Un giorno ero solo con quattro pagine da disegnare e assemblare. Alla quarta pagina, un pezzo di una decina di moduli era saltato. Il buco di pagina andava coperto con altro e io non avevo niente da usare come riempitivo. Sono rimasto un'ora a cercare, tra telefonate ai collaboratori e ricerche sulle agenzie e tra le pagine web. Niente, io non vedevo una notizia che valesse la pena pubblicare. E allora, stanco e infastidito, mi è venuta l'idea: ho tirato fuori dal cassetto la raccolta di poesie di Neruda e ne ho ricopiata una. Tanto, mi sono detto, nessuno legge i giornali. La gente si ferma ai titoli, il più delle volte. E quindi nessuno si sarebbe accorto che al posto di un articolo c'era "Perché tu possa ascoltarmi". Il titolo era completamente diverso, non c'entrava niente con la poesia. "Incontri di ascolto per cittadini".
Sono andato a casa sorridendo ma poi, durante la notte, mi è venuto il rimorso. Mi sono sentito un impostore, avevo tradito la regola della notizia.
L' indomani sono arrivato in redazione, preoccupato. Temevo che i capi si sarebbero accorti della sostituzione e che il direttore mi avrebbe convocato nel giro di dieci minuti per una sonora lavata di capo. E se se la prendeva di brutto, rischiavo un richiamo scritto da parte dell'azienda.
Ho passato la giornata come se fossi in attesa di un castigo e invece nessuno mi ha convocato in direzione, nessuno mi ha detto nulla. Neanche una telefonata di protesta da parte di un lettore. La poesia era passata assolutamente inosservata.
Da quel giorno, quando ho un "buco" in una pagina, non sto neanche a preoccuparmi: apro la raccolta di Neruda e pubblico un pezzo di una sua poesia. Intera o parziale, non è importante.
Uso solo le colonne in basso, per non dare nell'occhio. Evito di farlo più di una volta ogni quindici giorni.
Ma questo, lo ammetto, è diventato il mio momento di gioia. E' un sabotaggio, quasi, ma mi piace così tanto, che la scorsa settimana ho tolto un pezzo su una sagra di paese che era una lista di date di ballo liscio, per inserirci una poesia mia. Poche righe che avevo scritto alcuni anni fa, dedicate ad una donna che ho amato e mai avuto.
Da un ripiego sono passato ad un sabotaggio lessicale premeditato, è vero. Ora vado al lavoro con un piccolo sorriso di soddisfazione. Alla mail del mio settore, che fortunatamente controllo io, arrivano alcune lettere di lettori che dicono di aver letto la poesia, che è loro piaciuta, che vorrebbero una rubrica. E chiedono ogni volta come mai mettiamo dei titoli così istituzionali e spesso per niente legati al messaggio del testo. Io le metto tutte da parte, nel mio archivio personale. E rispondo a tutti, così sono certo che non scriveranno di nuovo, magari al direttore. Spiego che si è trattato di un errore di impaginazione ma che segnalerò alla direzione l'interesse per un piccolo angolo della poesia. Insomma, vedremo cosa si può fare, gentile lettore che non sei disattento. Io ci scriverei anche : grazie di non essere una mosca bianca. Ma poi lascio perdere. Ora, comunque, una volta ogni 15 giorni sorrido alla mia scrivania. Sono un titolista ma ogni tanto, io, al posto di inutili notizie, spaccio poesia.
"È vero, zio Stojil, ho visto una fata che ha trasformato un tizio in fiore." "Meglio così che il contrario," risponde Stojil senza togliere gli occhi dalla scacchiera. "Perché?" "Perché il giorno in cui le fate trasformeranno i fiori in tizi, la campagna diventerà infrequentabile."
Fatacarabina
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giovedì 5 febbraio 2009
domenica 1 febbraio 2009
La tira ossi
Zia Ester aveva un potere. Mia madre me lo diceva sempre. "Comportati bene con lei, che è una mezza strega". A guardarla , seduta nel salotto di casa, intenta a sistemarmi l'ennesimo dito gonfio dopo una partita con i ragazzi al campetto da basket, mica ci credevo tanto. Era piccolissima, la zia. Piccola come può esserlo una bambina. Ma aveva le rughe a testimoniare che gli anni per lei erano passati. Mi diceva mia madre che aveva passato gli ottant'anni. Ma a me sembrava solo una bambinetta rugosa, con gli occhi vispi. E silenziosa.
Zia Ester parlava pochissimo. Con l'uovo guariva ogni genere di dolore, contrattura, dito rovinato dai nostri giochi di bambini. La chiamavano tutti nel vicinato quando serviva una che "tirasse gli ossi".
Una sorta di fisioterapista di paese. Ma lei in più aveva una dote. Lo disse lei stessa con poche parole, un giorno che oggi sembra un secolo fa, mentre mi sistemava una caviglia gonfia come un melone. "Io sento".
Sentire, quello era il segreto del potere della Zia Ester. Mia madre, devota donna di campagna, passata non senza patemi d'animo, dalla condizione di religiosissima figlia di contadini a moglie di un comunista incallito, allergico all'incenso e a qualsiasi funzione religiosa, la definiva come una mezza strega. Non strega intera, di quelle che fanno i riti magici e ti appioppano fatture e maledizioni. Mezza, invece. Quindi una strega ma buona e innocua. Ovvero, come tentò poi di chiarirmi mio padre, una donna che sente le cose, prima che accadano e magari te lo dice pure. In realtà zia Ester non diceva proprio niente, ma sentiva e teneva per sé. Salvo uscirsene in qualche rara occasione con una affermazione che poteva spaccare in due qualsiasi umano di passaggio. Perché inattesa e imprevista. Te la ritrovavi spesso per casa, perché viveva da sola e tutti i parenti, a turno, si prodigavano per invitarla a pranzo o a cena. Era zitella, non si era mai sposata. Le cugine mi raccontarono che lei si era innamorata così tanto di un soldato, che quando lui partì per la guerra e poi non si fece più vedere, lei pianse per mesi e poi disse a sua madre che sarebbe rimasta da sola. E così fu. Non prese i voti per diventare suora, solo perché lei odiava fortemente tutti i preti. Li considerava espressione del demonio. E così diventò la "tira ossi" del paese. La pagavano poco oppure le garantivano uova, galline, musetti e quant'altro fosse prodotto nelle case di campagna della zona. E quando sua madre morì la casa restò a lei e tutti si prodigarono per garantirle un aiuto economico. Tutti in paese erano sicuri che lei fosse vergine, perché non l'avevano mai sentita parlare di sesso o uscire con un uomo. Per lei il mondo era esclusivamente al femminile. Solo donne voleva attorno a sé, gli uomini li vedeva solo se doveva curarli.
"Io sento", mi disse quel giorno la zia. Stava stendendo l'impasto d'uovo sulle bende che mi avrebbero stretto fortemente il piede gonfio. Poco prima mi aveva "tirato" i nervi, toccando le dita del piede, una ad una. Io stavo ancora bestemmiando dal male, con mia madre in sottofondo intenta a ridere e a farsi ogni tanto il segno della croce, quando zia abbassò ancora di più il tono della voce e mi disse. "Non preoccuparti, arriva". E poi aggiunse quel "Io lo sento". Io rimasi con un sorriso a metà, decisa a non mostrare quanto ero stupita da quella affermazione, che mi era arrivata addosso come un sasso lanciato dalla finestra. "Perché me lo dici, zia? E cosa arriva? ", provai a chiederle. Ma oramai lei era tornata al suo notorio silenzio, con le mani sulla mia caviglia e gli occhi fissi sul piede. Poi andandosene, tornò a sfiorarmi il viso. "Ti sembrerà che non arrivi mai, ma arriverà", tornò a dirmi, guardandomi stavolta negli occhi. Quando la zia morì, lo disse a tutti il giorno prima ma nessuno ci fece caso, perché nessuno capì quel che stava dicendo. Eravamo tutte nel soggiorno di casa sua, le avevamo portato delle uova. Lei era nervosa, quel giorno, come se la nostra visita l'avesse infastidita. Come se dovesse uscire per un impegno. Ma di casa praticamente non usciva mai. "El me ga ciamà, bisogna che vada" disse a mia madre e alle altre due zie che erano con noi. Loro non ascoltarono, io sì, invece. Avevo sentito benissimo quello che Ester aveva detto. E la zia, come se l'avesse capito al volo, girò la testa verso di me. "Digeo ti, che ti ga capìo", mi disse lentamente. Poi si avvicinò a me e mi prese la mano, accarezzandola. E mentre mamma e zie sistemavano casa, pulendo il lavello della cucina e spazzando per terra, zia Ester tornò a parlarmi. Mi fece un discorso strano, che ricordo ancora. Mi spiegò che io dovevo star tranquilla , che era vero che io sentivo, ma non come lei. Ed era una fortuna. Lei sentiva le cose, io le emozioni. Lei sentiva che gli eventi sarebbero capitati, e purtroppo sentiva, invecchiando, sempre più le sciagure e meno le felicità. Io invece sentivo gli stati d'animo e ci avrei convissuto benissimo. Bastava che parlassi poco. Poi tornò a ripetermi quella frase che era un mistero e lo è ancora oggi. "Non preoccuparti, arriva". Non so ancora chi io debba aspettare o se questo qualcosa o qualcuno è già arrivato e io non l'ho visto. Perché il mio sentire, semplicemente non esiste. Zia Ester se ne andò la mattina dopo. L'aveva uccisa nel sonno un infarto. Sul comò a fianco del letto c'era la foto del suo innamorato, il soldato sparito chissà dove. Sul tavolo della cucina trovarono il suo amato mazzo di carte, con cui giocava a scopa, ma che amava anche tenere solo tra le mani per ore, e un foglietto. C'era scritta solo una parola. "Arrivo". A voi parrà strano, ma forse io ho capito perfettamente chi l'aspettava. Ma non mi va di dirvelo. Certi appuntamenti vanno tenuti riservati.
Zia Ester parlava pochissimo. Con l'uovo guariva ogni genere di dolore, contrattura, dito rovinato dai nostri giochi di bambini. La chiamavano tutti nel vicinato quando serviva una che "tirasse gli ossi".
Una sorta di fisioterapista di paese. Ma lei in più aveva una dote. Lo disse lei stessa con poche parole, un giorno che oggi sembra un secolo fa, mentre mi sistemava una caviglia gonfia come un melone. "Io sento".
Sentire, quello era il segreto del potere della Zia Ester. Mia madre, devota donna di campagna, passata non senza patemi d'animo, dalla condizione di religiosissima figlia di contadini a moglie di un comunista incallito, allergico all'incenso e a qualsiasi funzione religiosa, la definiva come una mezza strega. Non strega intera, di quelle che fanno i riti magici e ti appioppano fatture e maledizioni. Mezza, invece. Quindi una strega ma buona e innocua. Ovvero, come tentò poi di chiarirmi mio padre, una donna che sente le cose, prima che accadano e magari te lo dice pure. In realtà zia Ester non diceva proprio niente, ma sentiva e teneva per sé. Salvo uscirsene in qualche rara occasione con una affermazione che poteva spaccare in due qualsiasi umano di passaggio. Perché inattesa e imprevista. Te la ritrovavi spesso per casa, perché viveva da sola e tutti i parenti, a turno, si prodigavano per invitarla a pranzo o a cena. Era zitella, non si era mai sposata. Le cugine mi raccontarono che lei si era innamorata così tanto di un soldato, che quando lui partì per la guerra e poi non si fece più vedere, lei pianse per mesi e poi disse a sua madre che sarebbe rimasta da sola. E così fu. Non prese i voti per diventare suora, solo perché lei odiava fortemente tutti i preti. Li considerava espressione del demonio. E così diventò la "tira ossi" del paese. La pagavano poco oppure le garantivano uova, galline, musetti e quant'altro fosse prodotto nelle case di campagna della zona. E quando sua madre morì la casa restò a lei e tutti si prodigarono per garantirle un aiuto economico. Tutti in paese erano sicuri che lei fosse vergine, perché non l'avevano mai sentita parlare di sesso o uscire con un uomo. Per lei il mondo era esclusivamente al femminile. Solo donne voleva attorno a sé, gli uomini li vedeva solo se doveva curarli.
"Io sento", mi disse quel giorno la zia. Stava stendendo l'impasto d'uovo sulle bende che mi avrebbero stretto fortemente il piede gonfio. Poco prima mi aveva "tirato" i nervi, toccando le dita del piede, una ad una. Io stavo ancora bestemmiando dal male, con mia madre in sottofondo intenta a ridere e a farsi ogni tanto il segno della croce, quando zia abbassò ancora di più il tono della voce e mi disse. "Non preoccuparti, arriva". E poi aggiunse quel "Io lo sento". Io rimasi con un sorriso a metà, decisa a non mostrare quanto ero stupita da quella affermazione, che mi era arrivata addosso come un sasso lanciato dalla finestra. "Perché me lo dici, zia? E cosa arriva? ", provai a chiederle. Ma oramai lei era tornata al suo notorio silenzio, con le mani sulla mia caviglia e gli occhi fissi sul piede. Poi andandosene, tornò a sfiorarmi il viso. "Ti sembrerà che non arrivi mai, ma arriverà", tornò a dirmi, guardandomi stavolta negli occhi. Quando la zia morì, lo disse a tutti il giorno prima ma nessuno ci fece caso, perché nessuno capì quel che stava dicendo. Eravamo tutte nel soggiorno di casa sua, le avevamo portato delle uova. Lei era nervosa, quel giorno, come se la nostra visita l'avesse infastidita. Come se dovesse uscire per un impegno. Ma di casa praticamente non usciva mai. "El me ga ciamà, bisogna che vada" disse a mia madre e alle altre due zie che erano con noi. Loro non ascoltarono, io sì, invece. Avevo sentito benissimo quello che Ester aveva detto. E la zia, come se l'avesse capito al volo, girò la testa verso di me. "Digeo ti, che ti ga capìo", mi disse lentamente. Poi si avvicinò a me e mi prese la mano, accarezzandola. E mentre mamma e zie sistemavano casa, pulendo il lavello della cucina e spazzando per terra, zia Ester tornò a parlarmi. Mi fece un discorso strano, che ricordo ancora. Mi spiegò che io dovevo star tranquilla , che era vero che io sentivo, ma non come lei. Ed era una fortuna. Lei sentiva le cose, io le emozioni. Lei sentiva che gli eventi sarebbero capitati, e purtroppo sentiva, invecchiando, sempre più le sciagure e meno le felicità. Io invece sentivo gli stati d'animo e ci avrei convissuto benissimo. Bastava che parlassi poco. Poi tornò a ripetermi quella frase che era un mistero e lo è ancora oggi. "Non preoccuparti, arriva". Non so ancora chi io debba aspettare o se questo qualcosa o qualcuno è già arrivato e io non l'ho visto. Perché il mio sentire, semplicemente non esiste. Zia Ester se ne andò la mattina dopo. L'aveva uccisa nel sonno un infarto. Sul comò a fianco del letto c'era la foto del suo innamorato, il soldato sparito chissà dove. Sul tavolo della cucina trovarono il suo amato mazzo di carte, con cui giocava a scopa, ma che amava anche tenere solo tra le mani per ore, e un foglietto. C'era scritta solo una parola. "Arrivo". A voi parrà strano, ma forse io ho capito perfettamente chi l'aspettava. Ma non mi va di dirvelo. Certi appuntamenti vanno tenuti riservati.
mercoledì 28 gennaio 2009
Una alternativa c'è
Ci sono giorni che arrivo a casa tardi e sono così stanca che non riesco a dormire. E allora per conciliar il sonno, che è bastardo e non vuole concedersi come spesso fanno certi uomini che sanno di esser fondamentali e fanno i preziosi, mi metto a pensare. Non conto le pecorelle perché non mi diverto se non corro anche io a far i saltini. E allora mi metto a pensare cosa potrei essere se non fossi quel che oggi sono. E il bello è che scopro che strade davanti ne ho aperte moltissime, è solo il timore di camminarci sopra che mi tiene ferma dal provarci.
Ieri sera mentre lasciavo vagare il cervello ho pensato che potrei aprire una libreria dove si vendono libri e si beve vino, dove la gente arriva e si fa una "ombra" di rosso mentre cerca il libro che vuole comperare. Dove gli amici scrittori e poeti possono venire a creare o a presentare i loro lavori. Dove si organizzano risotti a mezzanotte e se si ha voglia si fanno anche quattro salti, perché ballare fa bene ( e poi a me piace).
Pensavo ad una libreria ma anche ad un centro per i professionisti stressati, con le stanzette dove schiacciare un pisolino durante la pausa pranzo. Un bel bar per un pasto veloce ma anche altre stanze, dove sfogarsi o rilassarsi. Una bella sala tutta avvolta da materassi dove spaccare qualsiasi cosa si voglia oppure una dove star a farsi massaggiare i muscoli della faccia con la risatoterapia.
Ho pensato poi che potrei andar a far la fruttivendola e vendere patate che, come dice la pubblicità fanno diventare più intelligenti, ma anche fragole e ciliegie. Da far assaggiare ai bei signori che vengono a far le spese, senza la consorte, regalando loro anche un sorriso. Che non guasta mai. Fruttivendola, sì, ma con charme, insomma.
E poi ho immaginato di andare a far la clown in ospedale, che quello mi riuscirebbe bene, visto che sono già una pagliaccia tutti i giorni e ridere mi diverte.
Un altro lavoro che potrei fare, quello che vorrei più di tutto fare, è quello di scrivere, vivere per scrivere. E' un desiderio di quelli grossi, che sul comodino mica ci stanno, ma il sentiero che ho davanti è decisamente dissestato: conta soprattutto la mia capacità. E su questo fronte ho tutto da dimostrare a me stessa. E a quel punto ho vacillato un pochino, pensando che ho anche il conto corrente praticamente a secco. E vabbé...
Alla fine mi sono addormentata comunque con il sorriso, perché so che potrei essere altro da quello che sono oggi. E avere una alternativa è sempre consolante.
Ieri sera mentre lasciavo vagare il cervello ho pensato che potrei aprire una libreria dove si vendono libri e si beve vino, dove la gente arriva e si fa una "ombra" di rosso mentre cerca il libro che vuole comperare. Dove gli amici scrittori e poeti possono venire a creare o a presentare i loro lavori. Dove si organizzano risotti a mezzanotte e se si ha voglia si fanno anche quattro salti, perché ballare fa bene ( e poi a me piace).
Pensavo ad una libreria ma anche ad un centro per i professionisti stressati, con le stanzette dove schiacciare un pisolino durante la pausa pranzo. Un bel bar per un pasto veloce ma anche altre stanze, dove sfogarsi o rilassarsi. Una bella sala tutta avvolta da materassi dove spaccare qualsiasi cosa si voglia oppure una dove star a farsi massaggiare i muscoli della faccia con la risatoterapia.
Ho pensato poi che potrei andar a far la fruttivendola e vendere patate che, come dice la pubblicità fanno diventare più intelligenti, ma anche fragole e ciliegie. Da far assaggiare ai bei signori che vengono a far le spese, senza la consorte, regalando loro anche un sorriso. Che non guasta mai. Fruttivendola, sì, ma con charme, insomma.
E poi ho immaginato di andare a far la clown in ospedale, che quello mi riuscirebbe bene, visto che sono già una pagliaccia tutti i giorni e ridere mi diverte.
Un altro lavoro che potrei fare, quello che vorrei più di tutto fare, è quello di scrivere, vivere per scrivere. E' un desiderio di quelli grossi, che sul comodino mica ci stanno, ma il sentiero che ho davanti è decisamente dissestato: conta soprattutto la mia capacità. E su questo fronte ho tutto da dimostrare a me stessa. E a quel punto ho vacillato un pochino, pensando che ho anche il conto corrente praticamente a secco. E vabbé...
Alla fine mi sono addormentata comunque con il sorriso, perché so che potrei essere altro da quello che sono oggi. E avere una alternativa è sempre consolante.
lunedì 26 gennaio 2009
Non t'arrabbiare
Voi ai fantasmi ci credete? Io qualche dubbio ce l'ho, non lo nego. Ma da quando ho visto quel che ho visto e sentito quel che mi hanno raccontato, mi pongo qualche domanda in più e ho sempre qualche spiegazione razionale in meno da dare. C'era una casa in Toscana, dove si andava con gli amici a trascorrere il Capodanno o l'Epifania e dove ci faceva compagnia un fantasma.
Un tipo giocherellone più che pauroso. Uno che faceva scherzi, principalmente. E che finiva con il far paura, perché ovviamente quel che fa un fantasma mica te lo aspetti e ti riempi di strizza, di dubbi, di interrogativi. E non è il massimo.
Beh, in quella casa il fantasma si divertiva. Probabilmente lo faceva anche per combatter la noia. Stava mesi in quella casa vuota senza nessuno con cui giocare. E poi all'improvviso arrivavamo noi, che eravamo una novità e portavamo musica rock, salami, bottiglie di vino, il Viparo da far caldo e la legna per accendere il camino. E si stava fino a notte fonda davanti al fuoco, a ridere o a giocare a "Non t'arrabbiare", versione indianata. Ovvero, quando l'avversario ti faceva uscire dal gioco dovevi bere un bicchiere di vino rosso. E si finiva spesso ubriachi a cercare il letto giusto dove passar la notte, avvolti da una montagna di coperte. Perché le case vecchie, sperse nelle colline, sono freddissime e in due giorni non le scaldi neanche se bruci la casa intera. Faceva freddo, eravamo spesso in condizioni tali da non ricordare molto il giorno dopo di quel che si era fatto la notte prima. E il fantasma ne approfittava, giocava con noi.
Forse sperava che non ci saremmo mai accorti della sua presenza. Ma come ogni spiritello, lui il segno lo lasciava. Sempre. Potevi esser anche brillo ma se andavi al bagno al secondo piano della casa, con la finestra che dava diritta sul bosco, e ti sedevi sulla tazza del water, lo sentivi di notte. Lui arrivava di colpo: batteva sugli scuri della finestra che avevi di fianco. Cinque, sette, dieci colpi. Come uno che bussa ad una porta. Tu pensavi ad uno scherzo, ma i colpi erano nitidi, perfetti, come di una mano che colpisce ritmicamente il legno. E la finestra stava almeno a sei metri d'altezza da terra. Pensavi fossero i tuoi amici. Ti dicevi che erano fuori nel cortile a farti lo scherzo e magari avevano usato una scala per salire. Allora aprivi la finestra e gli scuri. E non c'era nessuno, c'era solo il bosco davanti a te. Gli amici se ne stavano invece tutti davanti al caminetto a guardare il fuoco. Oppure te ne andavi a letto e socchiudevi la porta della camera, ma senza chiudere a chiave. E la mattina dopo, riposato e cosciente, ti trovavi chiuso dentro la stanza, perché la porta era stata chiusa con quattro mandate. E la chiave mica era nella toppa. E così prima ti toccava aspettare che qualcuno passasse per il salone, sentisse le tue urla e venisse in soccorso. Ma senza chiave mica potevi aprir la porta e così ti mettevi a cercare dappertutto e alla fine, dopo un'ora buona, la chiave la trovavi. Sotto l'armadio che era di fronte alla porta, infilata in fondo, vicino al muro. Per farla arrivare fino a lì avresti dovuto distenderti per terra, infilare la mano sotto l'armadio e infilarla in fondo. Ma tu mica l'avevi fatto e tra l'altro avevi pure paura a chiuderti a chiave in una stanza.
C'era poi la faccenda del busto: raffigurava una parente del padrone di casa che ci ospitava per le vacanze. Era morta giovane ed un artista le aveva dedicato un busto che ritraeva il suo viso serio. Il busto troneggiava sopra il caminetto e mi guardava. Sempre. Potevo essere in qualsiasi punto del salone e lei mi fissava, girava proprio l'occhio per vedere dove ero. Era alquanto imbarazzante ballare con una tipa di gesso che ti fissa seria, tutto il tempo. Ma coprirla con un telo, sarebbe stato offensivo, un affronto nei confronti della buonanima. E così convivevo con lo sguardo arcigno della signora di gesso. Forse lei aveva capito subito che io ero una che marcava male.
Lo spiritello, invece, non mi stava così antipatico. Alla fine lui era un buono che aveva solo voglia di divertirsi un pochino.
Mi salvò una volta da una doccia improvvisa quando gli amici architettarono nei miei confronti il vecchio scherzo del bicchiere pieno d'acqua messo sopra la porta. Quando tu apri, il bicchiere dovrebbe cadere e finirti addosso con tutto il contenuto. Dovrebbe ed uso il condizionale mica a caso, visto che quando toccò a me aprire la porta, il bicchiere rimase perfettamente al suo posto ed io passai indenne. Alla fine io me la ridevo, gli amici mica tanto.
Un giorno ci lasciò anche un regalo: trovammo nell'unica stanza vuota di casa, un disegno. Raffigurava un bambino, un sole, una casetta. Un disegno, sicuramente opera di una mano ragazzina. Ma nella casa da anni non c'erano più bambini. Da anni. Per la verità un giorno, un bimbo venne visto in quella casa. Sfortunamente non fui io a vederlo, anche se ammetto mi sarebbe piaciuto proprio conoscerlo. Il bambino aveva i capelli neri, con un taglio a caschetto anni Settanta e i pantaloncini corti.
Attraversò il corridoio ed entrò nella stanza da bagno mentre una amica si stava lavando nella vasca. Lei lo vide perfettamente, ci raccontò poi, entrare nel bagno, guardarla e poi riuscire percorrendo il corridoio verso il salone. Lei gli corse dietro per capire chi fosse ma arrivata nel salone non c'era più nessuno. Aveva gli occhi neri e liquidi, come se avesse il raffreddore, ma era estate. E sorrideva lievemente. Non faceva paura, mi raccontarono poi, anche se un pochino di freddo addosso te lo faceva sentire. Era un bambino. E con i piccoli, anche se spiritelli, cosa puoi fare? Mica ti puoi arrabbiare, devi lasciarli giocare.
Un tipo giocherellone più che pauroso. Uno che faceva scherzi, principalmente. E che finiva con il far paura, perché ovviamente quel che fa un fantasma mica te lo aspetti e ti riempi di strizza, di dubbi, di interrogativi. E non è il massimo.
Beh, in quella casa il fantasma si divertiva. Probabilmente lo faceva anche per combatter la noia. Stava mesi in quella casa vuota senza nessuno con cui giocare. E poi all'improvviso arrivavamo noi, che eravamo una novità e portavamo musica rock, salami, bottiglie di vino, il Viparo da far caldo e la legna per accendere il camino. E si stava fino a notte fonda davanti al fuoco, a ridere o a giocare a "Non t'arrabbiare", versione indianata. Ovvero, quando l'avversario ti faceva uscire dal gioco dovevi bere un bicchiere di vino rosso. E si finiva spesso ubriachi a cercare il letto giusto dove passar la notte, avvolti da una montagna di coperte. Perché le case vecchie, sperse nelle colline, sono freddissime e in due giorni non le scaldi neanche se bruci la casa intera. Faceva freddo, eravamo spesso in condizioni tali da non ricordare molto il giorno dopo di quel che si era fatto la notte prima. E il fantasma ne approfittava, giocava con noi.
Forse sperava che non ci saremmo mai accorti della sua presenza. Ma come ogni spiritello, lui il segno lo lasciava. Sempre. Potevi esser anche brillo ma se andavi al bagno al secondo piano della casa, con la finestra che dava diritta sul bosco, e ti sedevi sulla tazza del water, lo sentivi di notte. Lui arrivava di colpo: batteva sugli scuri della finestra che avevi di fianco. Cinque, sette, dieci colpi. Come uno che bussa ad una porta. Tu pensavi ad uno scherzo, ma i colpi erano nitidi, perfetti, come di una mano che colpisce ritmicamente il legno. E la finestra stava almeno a sei metri d'altezza da terra. Pensavi fossero i tuoi amici. Ti dicevi che erano fuori nel cortile a farti lo scherzo e magari avevano usato una scala per salire. Allora aprivi la finestra e gli scuri. E non c'era nessuno, c'era solo il bosco davanti a te. Gli amici se ne stavano invece tutti davanti al caminetto a guardare il fuoco. Oppure te ne andavi a letto e socchiudevi la porta della camera, ma senza chiudere a chiave. E la mattina dopo, riposato e cosciente, ti trovavi chiuso dentro la stanza, perché la porta era stata chiusa con quattro mandate. E la chiave mica era nella toppa. E così prima ti toccava aspettare che qualcuno passasse per il salone, sentisse le tue urla e venisse in soccorso. Ma senza chiave mica potevi aprir la porta e così ti mettevi a cercare dappertutto e alla fine, dopo un'ora buona, la chiave la trovavi. Sotto l'armadio che era di fronte alla porta, infilata in fondo, vicino al muro. Per farla arrivare fino a lì avresti dovuto distenderti per terra, infilare la mano sotto l'armadio e infilarla in fondo. Ma tu mica l'avevi fatto e tra l'altro avevi pure paura a chiuderti a chiave in una stanza.
C'era poi la faccenda del busto: raffigurava una parente del padrone di casa che ci ospitava per le vacanze. Era morta giovane ed un artista le aveva dedicato un busto che ritraeva il suo viso serio. Il busto troneggiava sopra il caminetto e mi guardava. Sempre. Potevo essere in qualsiasi punto del salone e lei mi fissava, girava proprio l'occhio per vedere dove ero. Era alquanto imbarazzante ballare con una tipa di gesso che ti fissa seria, tutto il tempo. Ma coprirla con un telo, sarebbe stato offensivo, un affronto nei confronti della buonanima. E così convivevo con lo sguardo arcigno della signora di gesso. Forse lei aveva capito subito che io ero una che marcava male.
Lo spiritello, invece, non mi stava così antipatico. Alla fine lui era un buono che aveva solo voglia di divertirsi un pochino.
Mi salvò una volta da una doccia improvvisa quando gli amici architettarono nei miei confronti il vecchio scherzo del bicchiere pieno d'acqua messo sopra la porta. Quando tu apri, il bicchiere dovrebbe cadere e finirti addosso con tutto il contenuto. Dovrebbe ed uso il condizionale mica a caso, visto che quando toccò a me aprire la porta, il bicchiere rimase perfettamente al suo posto ed io passai indenne. Alla fine io me la ridevo, gli amici mica tanto.
Un giorno ci lasciò anche un regalo: trovammo nell'unica stanza vuota di casa, un disegno. Raffigurava un bambino, un sole, una casetta. Un disegno, sicuramente opera di una mano ragazzina. Ma nella casa da anni non c'erano più bambini. Da anni. Per la verità un giorno, un bimbo venne visto in quella casa. Sfortunamente non fui io a vederlo, anche se ammetto mi sarebbe piaciuto proprio conoscerlo. Il bambino aveva i capelli neri, con un taglio a caschetto anni Settanta e i pantaloncini corti.
Attraversò il corridoio ed entrò nella stanza da bagno mentre una amica si stava lavando nella vasca. Lei lo vide perfettamente, ci raccontò poi, entrare nel bagno, guardarla e poi riuscire percorrendo il corridoio verso il salone. Lei gli corse dietro per capire chi fosse ma arrivata nel salone non c'era più nessuno. Aveva gli occhi neri e liquidi, come se avesse il raffreddore, ma era estate. E sorrideva lievemente. Non faceva paura, mi raccontarono poi, anche se un pochino di freddo addosso te lo faceva sentire. Era un bambino. E con i piccoli, anche se spiritelli, cosa puoi fare? Mica ti puoi arrabbiare, devi lasciarli giocare.
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