Fatacarabina

Fatacarabina

lunedì 13 settembre 2010

Arabesque

Lunedì mattina. Ti alzi e tra occhiaie e pieghe del cuscino che ti ghirigorano la faccia è ovvio che pensi che c'è troppo grigio nell'aria e che servirebbe una botta di vita, sai quelle cose che ti alzi e non ci sono occhiaie e manco pieghe del cuscino ma solo un sorriso grande come un ghirignao perché sei figa, lo percepisci con ogni poro della pelle e quello, il poro, sorride e contribuisce all'arabesco. E ti viene voglia di prendere posizione e di assumere la posa giusta.


Perché la schiena diritta, se non è il tutto, è già comunque molto.
Poi esci, che è già tardi. E che ti frega se comunque non ci sono botte e occhiaie e pieghe  le hai solo lievemente occultate col fondotinta. Ti fermi al bar per il terzo caffé mattutino, confidando nella caffeina in aggiunta alla nicotina, che anche quella c'ha le sue belle colpe se poi vedi grigio attorno e dentro. E al bar, al bancone, c'è un tipo con il cranio rasato. C'ha la panza e gli occhi piccoli, non è simpatico di sicuro. Te osservi, distaccata e poi ti fermi sull'attaccatura tra collo e cranio, che ha una conformazione sana di quelle che Lombroso si sarebbe annoiato, e mentre sorseggi il tuo caffè, vedi perfettamente il tuo ormone in posizione di arabesque (*).
E' lunedì ma ce la faremo.

(*...Senza tutù, perdio!)

domenica 12 settembre 2010

I sogni, se non sono incubi, sono cose belle da ricordare.

Stanotte ti ho sognato ed  è stato bello.
Eri piccolo e profumato e i tuoi occhi blu notte mi sorridevano. Eri attento ad ogni mio movimento. E io ti stringevo e pensavo che non ti avrei voluto più perfetto di così, mentre fuori nel buio si sentivano lontano i latrati dei cani. E allora ti parlavo.
Ti dicevo che non bisogna aver paura dei cani, no. Io la mano finché vuoi te la tengo, tranquillo.
Ho altre cose da dirti però: qualunque strada prenderai quando saprai camminare io ci sarò,  ma almeno cinque passi indietro rispetto a te. Per guardarti da lontano diventare quello che vuoi.
Tira un bel sospiro: non sarai meno perfetto se non mi troverai d'accordo sempre con le tue scelte e se sarò preoccupata perché camminerai sul filo.
Non sarò l'aguzzina che ti farà vivere di sensi di colpa e manco la crocerossina pronta ad  impedirti di cadere.
Ma se piangerai la mia mano sarà pronta a scacciar quella lacrima. Sarai perfetto, chiunque tu sarai.
 

sabato 11 settembre 2010

Quando ci vuole

Ok, un pochino nervosa, lo ammetto, lo sono di mio. Che ho sogni che ho chiuso a fatica dentro la scatolina e slanci istintivi che si infrangono come il miglior clown contro la vetrata non vista.
Faccio ridere, bon.
Tengo i capelli sciolti, tiro dentro la pancia, lavoro di diaframma, bon. Si va.
Ma non mi puoi scrivere sott'ufficiale e poi ridere se ti faccio notare che è bene se quando scrivi tieni il dizionario accanto. Perché tiro giù a mani nude santi e madonne. E passo per cattiva e nervosa.
E non faccio più ridere, bon.

Gente da pub


Ci sono sere che a casa non ci voglio stare e allora mi guardo il mondo da qui, da questo angolo di bancone. L'inquadratura è proprio questa, è il mio posto. Qui trovo tanti saluti e sorrisi, mani amorevoli che scelgono per me il panino giusto, a seconda della fame che mi ritrovo dopo il lavoro.
Ognuno dovrebbe avere il suo pub di riferimento, dove ti conoscono per nome e sanno tanto di te. Diciamo, il sufficiente.
Le mie, là dai Pubbari, sono facce amiche con cui ridere, che non han paura di raccontarti i loro tormenti. Che sanno anche però redarguire quando bevo troppi caffè oppure ho i miei scatti di fastidio per le cose che sento e vedo, durante la giornata.
Qui trovo spesso pace. E finisce che, se ci arrivo da sola in quell'angolo di bancone, che non dico niente, sorrido e poi apro un libro e mi metto a leggere. E non mi pare che io, che adesso sono qui in quest'angolo a leggere  Sbriciolu(na)glio mi diverto meno di quelli che sono attorno a me a divertirsi per forza e poi non sanno distinguere una scotch Ale da una "bianca" e guardano con supponenza il mio panino con la sopressa, caldo quanto basta, e con il profumo di aglio. Non sarà chic ma è mio. Briciole comprese. 

Ps di servizio per l'autore del pregevole libello in lettura: Rossi, lunedì spedisco quel che devo spedire. :)

giovedì 9 settembre 2010

Le ali della libertà

L'amore, dato o ricevuto, non è una gabbia. Non ha la funzione di fermare e bloccare, ma di liberare.
Se l'amore diventa una gabbia, non si può chiamare con quel nome.
Se supplichi, trattieni, forzi, alla fine non ami. Se punti sul ricatto, sulla commiserazione o peggio la paura e la violenza, quel che tu pensi sia amore e ti ci arroti dentro come una spirale senza fine, non vale più di un cerino spento da un soffio di vento.
Perché quando incroci quegli occhi e ci guardi dentro bene, ci vedi solo la tua paura. E la sua, di te.
 

martedì 7 settembre 2010

Io ci vado sola

Siete mai entrati in uno di quei gabinetti pubblici, con la porta automatica che si chiude come se si entrasse in un ascensore? Quelli pieni di bottoni, dentro. Uno per lo sciacquone del water, l'altro per tirare fuori la carta igienica, il bottone per il sapone, l'altro per l'acqua del minilavandino per lavarsi le mani dopo. Ecco io in quei cosi lì ci entro da sola. Non voglio nessuno attorno, manco che manco mia madre. Ci sono cose che te le porti dietro come un trauma e da allora io sono una donna che al bagno ci va da sola, metti che hanno il gabinetto tecnologico con la porta automatica che si chiude come se si entrasse in un ascensore? Quelli pieni di bottoni, dentro. Uno per lo sciacquone del water, l'altro per tirare fuori la carta igienica, il bottone per il sapone, l'altro per l'acqua del minilavandino per lavarsi le mani dopo. Ecco io quei cosi lì li temo più della candida. 
Tanto sono muscolosa, la pipì la faccio senza appoggiarmi mai, c'ho forza io sulle braccia e ho pure il set di  fazzoletti da usare alla bisogna, per rivestire la tazza. Figurati te se io ho bisogno di qualcuno per entrare in uno di quei cosi tecnologici, con la porta automatica che si chiude come se si entrasse in un ascensore? Quelli pieni di bottoni, dentro. Uno per lo sciacquone del water, l'altro per tirare fuori la carta igienica, il bottone per il sapone, l'altro per l'acqua del minilavandino per lavarsi le mani dopo. No, no, ci vado sola.
Affronto i bottoni sola, io. 
Che quella volta che ci sono entrata con mia madre, io ero piccola ed eravamo ad una festa nazionale dell'Unità, forse Ferrara, forse. E mia mamma disse: metti la moneta e entriamo assieme che sembra un ascensore con la porta automatica che si chiude. E guarda quanti bottoni, dentro. Uno per lo sciacquone del water, l'altro per tirare fuori la carta igienica, il bottone per il sapone, l'altro per l'acqua del minilavandino per lavarsi le mani dopo. E prima ha fatto lei e toccava e poi ho fatto io e lei toccava ancora i bottoni, curiosa, e mi diceva sbrigati che si aziona l'autolavaggio disinfettante e profumante. E io le ho detto solo: mamma, premi che mi serve la carta igienica. 
E lei ha premuto e si è aperta la porta dell'ascensore e tutti fuori, quelli in coda dopo aver mangiato le rane alla festa e bevuto il vino, sì era Ferrara, forse, erano lì a guardare me che non uscivo e me ne stavo raggomitolata, con le mutande abbassate sulle ginocchia e la gonnella alzata, seduta sulla tazza, con i fazzolettini sotto a far da cuscino. 
Ecco la carta, ecco, pensò di urlar mia madre per spezzare l'imbarazzo e con una mano bloccava la fotocellula della porta che voleva chiudersi come un ascensore e ci aspettava la doccia disinfettante e profumante e io dovetti alzarmi, bestemmiando il bestemmiabile imparato nel cortile, e correre fuori alzandomi in fretta le mutande e manco sistemando la gonna perché quei posti lì sono pieni di bottoni e sono infernali, quando deve pulire chi c'è c'è. 
I bottoni. Uno per lo sciacquone del water, l'altro per tirare fuori la carta igienica, il bottone per il sapone, l'altro per l'acqua del minilavandino per lavarsi le mani dopo. E quello della carta igienica è a fianco dell'apertura della porta. Adesso lo sapete, ma io lì in quei così lì, siano a Ferrara, o qui da me, o lì dove siete voi, io ci entro da sola. 

lunedì 6 settembre 2010

The tree


Domenica sera sono stata  a forte Carpenedo. E' un posto che amo, immerso nel verde a due passi, due , dal centro della mia città. Questo vecchio forte militare è un piccolo scrigno di natura, spazi di cui la città dovrebbe appropriarsi completamente rendendoli quartieri e non solo monumenti da proteggere.
Stavolta gli alberi sono diventati la scena di uno spettacolo teatrale, The Tree, messo in scena da un giovane compagnia, quella del Teatro in folle. L'albero diventa parte dello spettacolo, tra i rami ha cercato rifugio Frida, una giovane ragazza e non sai, se non alla fine, perché c'è finita tra quei rami, senza scarpe, lontano dalla città. Anche lei con una maschera, in una società mascherata. 
Però lei, almeno, è fuggita, distrutta dal dolore di un amore nato tardi e morto prima di potersi esprimere perché dall'altra parte il tempo aveva lavorato allontanando, dice lei, ogni possibilità di espressione di quel sentimento. Sotto l'albero gli altri personaggi. Il signorotto abituato a fingere e che soffrirà molto, il cattivo che vuole solo tagliare l'albero e non soffrirà per niente e Libertà, che sembra piccola e quasi incosciente, ed è invece il filo narrante, la vera forza che si esprime alla fine quando l'albero viene tagliato, i rami crollano e nessuno sa bene se Frida è morta, come il suo amore, o se è fuggita grazie a quel ragazzo, tornato sui suoi passi per ridarle capacità di esprimersi. 
Certo si tratta di una compagnia giovane, le attrici hanno vent'anni massimo; per certi versi è ancora acerbo il racconto. Certo la pioggia e i problemi tecnici ci hanno messo lo zampino assieme ad una cassa dall'acustica fastidiosa, non c'era un grande apparato scenico. Qualche video andava sistemato da mani esperte. 
Ma è stata una serata diversa con Elena e le sue compagne di scena. E io mi sono messa a pensare alle maschere che portiamo, alle parole che non diciamo, all'amore che fa male se non si può esprimere. E se te ne vai lungo il vialetto del forte, sull'erba bagnata, con questi pensieri, quel che hai visto E' teatro.


Promemoria

Sì, il primo è che resto fighissima. Sì.
Poi è bene che mi sistemi la convergenza, che la mia bocca sincera spara cose che poi mi pento, perché sorprendono e poi le persone ci stan male e non è bello, no, per una come me che vuole vivere da innocua.
E' bene anche che spieghi qui, dove mi leggono, che mi voglio molto bene. Perché mi han fatto notare che a volte sono così critica con me, con intento ironico, che l'ironia non si nota e pare che non mi amo.
E questo mi fa male, al solo pensarlo.
Poi è bene che in questo promemoria metta il fatto che venga qui a rileggermelo stamattina, quando mi sveglio, così non ho scusanti. Che è tutto scritto.

venerdì 3 settembre 2010

Bigodini

Ho ritrovato nel mobile sotto il lavandino una vecchia scatola di plastica, piena di bigodini. Li usava la mia mamma quando portava i capelli più lunghi. E per giocare li metteva pure a me, per farmi smettere di  piangere quando mia sorella mi lavava i capelli con la camomilla e in un impeto di sorellanza me la versava bollente sulla testa. Aveva spesso di questi impeti.
Mi voleva sicuramente tanto bene.
All'epoca ero bionda, poi ho virato sul castano, poi modificato in rosso. A casa dicono che son le scottature in testa che  mi han fatto diventar castana. Io sono una bionda naturale che non lo è più. E a pensarci bene io bionda non mi sono mai vista, quando guardo la faccia che mi ritrovo.
Però lo ero, bionda. Son cose eh?
Non è una deviazione della mia mente, ci sono foto che lo provano a meno che...non le abbia modificate io, direte voi che non ci credete. Ma quando sono nata io photoshop non c'era mica.
Si era quel che si era. Pure nelle foto.
Penso a tutte queste cose mentre mi metto i bigodini in testa e giocherello come le femmine. E la giocata mi rilassa. Adesso che sono castana, modificata sul rosso, ringrazio il photoshop casalingo di quelle scottature e gli impeti di sorellanza. Belle cose.


giovedì 2 settembre 2010

Secche

Sto affinando l'arte dell'adattamento. Credo che il vero passaggio dall'adolescenza all'età adulta stia proprio nella capacità di adattarci agli eventi che ci capitano. E reagire.
Da ragazzina, quando Gino mi mollò per mettersi con la Betty ricordo che piansi per un mese di fila , tutti i pomeriggi di nascosto dai miei, e per due mesi mangiai solo crackers. Dicevo che avevo mal di stomaco, in realtà volevo dimagrire perché mi ero accorta che quella Betty, nonostante il canino castorino, era una secca da paura. Da allora, non so, le secche son state un problema.
Adesso che sono una single senza sesso e amore e vago allo stato brado nel mio mondo adulto, ci ho pianto sopra una settimana e ho preso un chilo. Per fortuna, a suon di dare e avere, alla fine qualcosa ho imparato e quello cosa è se non spirito di adattamento?
Stavolta evito di mangiare solo crackers.
Ma le secche...ecco su quello ci devo ancora lavorare.

:)
Creative Commons License
hotelushuaia is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at www.hotelushuaia.blogspot.com. Questo blog non è una testata giornalistica ma uno spazio di libera espressione del pensiero personale